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Intelligenza artificiale: avere o essere di più?

Дата публикации: 08-07-2026 07:25:00

L'ANGOLO DEI BLOGGER. In un momento in cui il dibattito sull’IA rischia di dividersi in due campi ugualmente insufficienti - tecno-ottimismo e tecno-pessimismo - prende forza una terza via: il discernimento. Un discernimento che si allena e si costruisce nella vita quotidiana

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Lo scenario è chiaro, da un lato, l’avere: Wall Street sancisce la più grande quotazione della storia del Nasdaq con 75 miliardi di dollari raccolti da SpaceX che rende Elon Musk l’uomo più ricco del mondo. Nel mentre, Anthropic annuncia lo spegnimento e poi la riaccensione dei suoi modelli più avanzati di IA, dopo che il governo americano ne vieta l’accesso ai cittadini stranieri (appellandosi al principio dell’export control) per motivi di sicurezza nazionale.

Dall’altro lato, l’essere: l’Enciclica Magnifica Humanitas in cui Papa Leone XIV chiede di disarmare l’IA per sottrarla alle logiche di dominio geopolitico ed economico, e per mettere la tecnologia al servizio della persona, salvaguardando il libero arbitrio contro nuove forme di schiavitù digitale.

“Impedirle di dominare l'umano", scrive il Pontefice, "rompere l'equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare". È una metafora potente, ma come tutte le metafore cade nel paradosso di spiegare l’esistente, nascondendolo dietro immagini che portano con sé altri significati e immaginari. Come per la bomba atomica: il disarmo non ha significato rinunciare alla forza dell’energia atomica, ma ne ha definito gli standard attraverso accordi mondiali per il suo utilizzo.

Il problema, infatti, non è solo togliere le armi di mano a una tecnologia che rischia di sfuggire al controllo, ma cosa succede dopo il disarmo. Un territorio smilitarizzato e senza presidio non diventa automaticamente un luogo di pace. Anzi: ci sono rovine e strade deserte. Un luogo smilitarizzato, se non viene subito ripopolato di vita, diventa solo uno spazio vuoto. E i vuoti, nella storia, vengono sempre riempiti.

Leone XIV lo dice bene: "La velocità e la facilità con cui si ottiene una risposta o una sintesi rischiano di spegnere il desiderio di porre domande. Dobbiamo educarci a digiunare dall'IA e proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta, da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario". È un invito a presidiare il campo con nuovi valori e nuove idee.

È tutta qui la differenza tra l’avere di più – il paradigma della crescita a tutti i costi – e l’essere di più – un nuovo paradigma in cui il “come” e il “cosa” valgono come, se non di più, del “quanto”.

Ma in un mondo sempre più complesso, dove possiamo recuperare questi nuovi valori e queste nuove idee? Lo suggerisce il titolo dell'enciclica: humanitas.

Ecco allora ritornare alla ribalta le humanities, le discipline intese non come territorio dell'erudizione, letteratura, filosofia come ornamento culturale, ma re-interpretate come sistema di competenze trasversali. Il pensiero critico, la capacità di porre domande scomode, l'abitudine a ragionare per contesti e non per algoritmi, la dimestichezza con l'ambiguità e con la complessità. Ecco “l’essere di più” per le persone che la progettano, l’addestrano, la governano e, soprattutto, la usano ogni giorno.

L'enciclica coglie perfettamente questo: non esiste tecnologia neutrale. "L'uso dell'IA non è mai un fatto puramente tecnico", scrive Leone XIV, "quando entra in processi che incidono sulla vita delle persone, essa tocca diritti, opportunità, reputazione, libertà". I sistemi di IA che si presentano come neutrali e oggettivi non fanno che rispecchiare e amplificare i valori, (o i pregiudizi), di chi li ha progettati e addestrati.

Per questo dobbiamo invertire la prospettiva: forse non abbiamo bisogno di tutti quei tecnici che gli studi sul mondo della formazione e del lavoro ci suggerivano qualche anno fa, ma abbiamo bisogno di persone che sappiano pensare meglio ed essere di più.

In un momento in cui il dibattito sull’IA rischia di dividersi in due campi ugualmente insufficiente - tecno-ottimismo e tecno-pessimismo - prende forza una terza via che non è né la resa né la fuga, ma il discernimento. Un discernimento che si allena e si costruisce. Non nei laboratori dove nascono i modelli linguistici o nei giganteschi data center che stanno già modificando l’urbanistica delle città, ma nella vita quotidiana, nelle aule, nelle organizzazioni, nelle comunità in cui si decide che tipo di presente vogliamo abitare.

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