Quel post inquietante pubblicato su Facebook il giorno prima della mattanza. Un lavoro lasciato da poco. E una vita divisa tra Roma, il Bangladesh e la famiglia rimasta a Londra. È il...
Quel post inquietante pubblicato su Facebook il giorno prima della mattanza. Un lavoro lasciato da poco. E una vita divisa tra Roma, il Bangladesh e la famiglia rimasta a Londra. È il ritratto ancora pieno di zone d'ombra di Shahadat Hossain, il cittadino bengalese di 43 anni ricercato per il triplice omicidio di via Montiglio, dove venerdì sera un'intera famiglia di suoi connazionali è stata uccisa: Kamal Uddin, il padre, la moglie Jahan e la figlioletta Arowa di appena 8 anni. Unico sopravvissuto, Amir, 20 anni, il figlio maggiore della coppia.
Per la Procura di Roma e la Squadra mobile è Hossain il principale indiziato e ora le ricerche sono state estese in tutto il Lazio. L'uomo - ha fatto sapere la questura di Frosinone - aveva presentato circa un anno fa una richiesta di asilo con domanda di riconoscimento dello status di rifugiato, pratica che risulta tuttora in fase di valutazione.
«Una persona non solo muore da sola, ma lascia anche altri a morire - scrive Hossain sul suo profilo Facebook il giorno prima della strage - quando una persona muore dovrebbe portare con sé i propri cari, così nessuno soffre». Parole che, alla luce degli eventi di venerdì, suscitano interrogativi. Che restano in parte senza risposta. Così come lo stato sentimentale che si attribuisce sul medesimo profilo, dove si definisce "in una relazione aperta".
Le testimonianze«Si comportava normalmente», dice Ahmad Ali, 28 anni, coinquilino del presunto killer da circa sette mesi in una palazzina a due passi dal luogo del delitto. «In Bangladesh era un politico, non di quelli importanti, qui invece lavorava in un supermercato, ma aveva lasciato il lavoro un mese fa», aggiunge. E sul rapporto con la famiglia Uddin: «Almeno tre giorni alla settimana era a casa loro, lui e la signora Jahan andavano a fare la spesa, parlavano e forse lui ha frainteso quella vicinanza. Spesso - aggiunge - andavano tutti insieme, anche col marito, a mangiare a Torrevecchia». Insieme, secondo il coinquilino, erano anche tre giorni prima della strage: «Li ho visti in piazza, sembravano tranquilli». Ma di tranquillo c'era ben poco.
Nella comunità bengalese del quartiere, infatti, il nome di Shahadat era noto. «Pochi giorni fa c'è stata un'assemblea tra connazionali per mandarlo via. Era stato Kamal a chiedere l'aiuto di tutti perché non sopportava più la frequentazione tra lui e la moglie. Tra loro c'era qualcosa», conferma Maamoun Maamoun, il presidente dell'associazione Brahmanbaria di Roma. Forse, proprio quell'allontanamento imminente voluto dall'assemblea potrebbe aver spinto il killer all'azione. Si rimane però nel campo delle ipotesi. Maamoun conferma pure che «la famiglia di Shahadat, moglie e figli, sta a Londra e lui va spesso a trovarli».
Al bar vicino, invece, lo riconosce solo il proprietario, Guido Popolizio: «Sta sempre in ciabatte - dice - a volte entra nel locale ed esce senza prendere niente, altre volte ordina un caffè. Sembra un po' strano». Impressioni a parte, sarà ora la Procura a fare piena luce sul reale rapporto che lo legava alla famiglia sterminata e sul movente della terribile strage, di cui ancora parlano le macchie di sangue sparse sulla strada di via Montiglio.