Al via il processo nel quale 29 Stati americani accusano Meta di avere progettato Facebook e Instagram per creare dipendenza tra i giovani. Un procedimento che potrebbe cambiare il volto dei social
“Meta ha costruito Facebook e Instagram con l’obiettivo preciso di agganciare gli utenti, tenerli incollati il più a lungo possibile, raccogliere quanti più dati e poi nascondere al pubblico i rischi e le conseguenze di questo sistema”.
Con queste parole la viceprocuratrice generale della California Megan O’Neill ha spiegato alla giuria perché dovrebbe condannare Meta, chiamata alla sbarra a Oakland (California) in un processo che potrebbe cambiare il modo in cui le piattaforme social sono concepite, sviluppate e gestite.
Il procuratore generale del Colorado Phil Weiser ha rincarato la dose, sostenendo che Meta sarebbe al corrente dei danni potenziali per i giovani e che, in virtù del profitto, avrebbe continuato a utilizzare pratiche per tenerli incollati a Facebook e Instagram il più a lungo possibile.
Accuse preliminari pronunciate oggi all’inizio del dibattimento presieduto dalla giudice federale Yvonne Gonzalez Rogers. Gli otto membri della giuria dovranno esprimere un verdetto consultivo, ma la loro decisione non sarà vincolante.
La responsabilità giuridica di Meta sarà stabilita dalla giudice. Il processo dovrebbe durare circa sei settimane e tra i testimoni attesi figurano Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore delegato di Meta, e Adam Mosseri, responsabile di Instagram.
Accuse dure ma non inatteseSeppure con perimetri meno definiti, le accuse di cui deve rispondere Meta sono di dominio pubblico almeno dal 2021, quando il Senato americano ha avviato delle audizioni sugli effetti di Instagram sui minori, parlando anche di meccanismi capaci di innescare comportamenti simili alla dipendenza.
Meta è stata citata formalmente nel 2023 perché accusata di avere progettato Facebook e Instagram per irretire i minori e i giovani.
Le arringhe di oggi, quindi, non introducono nuove accuse, portano davanti alla corte una contestazione costruita pubblicamente da anni.
Anche le parole della viceprocuratrice Megan O’Neill sono grosso modo state anticipate alla vigilia dal procuratore generale della California Rob Bonta. Infatti, i procuratori generali ribadiscono con parole diverse le medesime accuse mosse dalla California.
Megan O’Neill, tra le principali accusatrici, sostiene che Meta ha mentito sia al Congresso sia agli utenti, garantendo che le piattaforme fossero sicure, insistendo sul fatto che il colosso di Menlo Park abbia interferito con le ricerche interne sulla salute mentale dei minori per evitare polemiche e rischi. La viceprocuratrice generale della California, ha usato parole forti sostenendo che la presenza degli under 13 su Instagram non è da considerare un incidente ma una scelta fatta da Meta, affermando poi che le restrizioni, aggiunte dall’azienda con il passare degli anni, sono state introdotte solo per migliorare la propria immagine pubblica e non per produrre cambiamenti reali.
Il procuratore generale del Kentucky, Russell Coleman, fa un salto a ritroso di 30 anni abbondanti, paragonando la causa contro Meta ai tanti procedimenti avviati negli Usa contro le major del tabacco durante gli anni Novanta. Procedimenti che, ricorda Coleman, si sono conclusi con un accordo storico (il Tobacco Master Settlement Agreement del 1998) che ha costretto l’industria a pagare risarcimenti enormi e a cambiare le proprie politiche pubblicitarie. Parole che rimandano soprattutto alle conseguenze di natura finanziaria per Meta.
La mega multa di cui si parla molto e il futuro di Meta
Meta, facendo calcoli approssimativi, sostiene che – nella peggiore delle ipotesi – potrebbe essere condannata a pagare una somma prossima ai 1.400 miliardi di dollari, cifra che rappresenta più del 93% del proprio valore di capitalizzazione.
Uno shock finanziario che andrebbe ad aggiungersi, non si sa ancora in quale misura, ai rimedi ingiuntivi eventualmente decisi dalla giudice Yvonne Gonzalez Rogers e richiesti dagli Stati accusatori, che vogliono dalla corte ordini tali da mettere in condizione Meta di cessare le pratiche contestate.
La posizione di MetaMeta sostiene di avere introdotto negli anni numerose misure per rendere più sicura l’esperienza dei minori su Instagram, Facebook e Messenger, come i Teen Accounts con restrizioni automatiche su contenuti e contatti, i sistemi di supervisione per i genitori e limiti basati sulle fasce d’età.
L’azienda guidata da Mark Zuckerberg afferma che la maggior parte dei giovani mantiene queste protezioni e che le cause legali intentate dagli Stati americani rappresentano in modo distorto il lavoro svolto accusandola ingiustamente. Inoltre, Meta rivendica di avere collaborato con esperti, genitori e istituzioni, di aver investito nella ricerca e di continuare a migliorare gli strumenti di tutela.
Tutti elementi portati a conoscenza dell’opinione pubblica e raccolti in una pagina web sul sito aziendale, nella quale si legge anche che Meta ritiene infondate molte delle pretese dei procuratori generali e comunica di volere ricorrere in appello se sarà necessario.
(L'avvocato Paul Schmidt, che rappresenta Meta, arriva presso il tribunale federale di Oakland, California. Foto di Benjamin Fanjoy/Getty Images)
Le dichiarazioni introduttive dell’avvocato di Meta, Paul Schmidt, rimandano al 2019, anno in cui l’azienda ha reso pubblici i risultati di uno studio che ha stabilito come alcune persone percepissero in modo problematico l’uso delle piattaforme social e, da questa ricerca, l’azienda ha implementato misure e strumenti per lenire ogni forma di disagio e aiutare gli utenti a gestire il proprio tempo online.
Schmidt ha citato anche dei documenti interni che verranno mostrati alla giuria, invitando gli 8 giurati a non dare peso ai toni informali tipici di conversazioni tra colleghi.
Un passaggio strategico della tesi difensiva di Meta che necessita un approfondimento.
In uno degli atti depositati è estrapolata parte di una conversazione interna risalente al 2020 durante la quale un ricercatore di Meta ha scritto che Instagram è una droga e il collega ha risposto che tutti i social media lo sono, aggiungendo poi che chi lavora per le piattaforme social è come uno spacciatore.
La conversazione continua poi parlando di dipendenza, di dopamina e del fatto che il responsabile di Instagram Adam Mosseri non ama sentire parlare di simili problemi.
Una situazione ambigua e scivolosa, tant’è che Schmidt ha detto ai giurati che ascolteranno gli autori dello scambio per capire cosa intendessero dire in quello specifico contesto e su ciò che stavano cercando di fare per affrontare i problemi riscontrati.
Meta, ha continuato Schmidt, dispone di politiche che regolano quali contenuti possono apparire su Instagram e Facebook, descrivendo la complessità delle operazioni di moderazione che, sostiene, terminano spesso con accuse – anche mediatiche – secondo cui Meta si ergerebbe a censore.
Infine, chiedendo alla giuria di mantenere una mentalità aperta, Schmidt ha anticipato che la difesa mostrerà sondaggi secondo i quali il 41% degli adolescenti afferma che Instagram ha ricadute positive, il 40% dichiara di non sentire effetti di alcun tipo e poco meno del 20% dei giovani sostiene che Instagram abbia effetti negativi, ribadendo che Meta stia lavorando per soddisfare le necessità dei giovani più esposti.
Schmidt ha sostenuto che l’impianto accusatorio è costruito su brevi estrapolazioni di alcune dichiarazioni rilasciate dai dipendenti di Meta nel corso degli anni, ribadendo che, solo negli ultimi 3 mesi, l'azienda ha eliminato 600.000 account creati da persone sotto i 13 anni.
Nondimeno, il legale ha reso attenta la giuria in merito che, a domanda esplicita di Meta, un funzionario della sanità pubblica del New Jersey ha negato l’esistenza di un legame causale tra social media e dipendenza.
Le manifestazioni davanti al tribunaleAll’esterno del tribunale federale di Oakland si sono riuniti manifestanti e attivisti. Tra questi anche genitori che imputano all’uso dei social media la scomparsa prematura dei propri figli.