Nelle prossime ore si aprirà la 80a Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Alcuni «grandi» (almeno sulla carta) hanno pianificato di incontrarsi, ma da quegli incontri ben...
Nelle prossime ore si aprirà la 80a Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Alcuni «grandi» (almeno sulla carta) hanno pianificato di incontrarsi, ma da quegli incontri ben pochi si aspettano qualcosa di nuovo. Se sfasci ciò su cui vorresti spadroneggiare, finisce che spadroneggi sul nulla o – più probabilmente – che non spadroneggi affatto.
Il fatto nuovo dell’Assemblea ONU che si apre è invece il documento congiunto di Luiz Inácio Lula da Silva (presidente del Brasile), António Costa (presidente del Consiglio d’Europa, insieme alla von der Leyen il massimo esponente della UE), William Ruto (presidente del Kenia) e Mark Carney (primo ministro canadese). La tesi è semplice e nota, ma ora anche ufficialmente aggrega pure paesi-guida di continenti come il Sud America e l’Africa. Carney e il presidente finlandese Stubb ne sono stati tra i primi e principali sostenitori. Il sistema globale è strappato, lacerato. Mentre l’economia si integra, la politica si frammenta. La lacerazione non è una crepa nel tetto che non tocca il pavimento sul quale camminiamo. Ad essere lacerato è ciascun ambito locale tanto quanto se non più di quanto sia lacerato il livello globale. Il diritto internazionale, disarmato e dunque disattivato (per la gioia di guerrafondai e pacifisti), consente a 35 paesi di dar vita impunemente a 65 conflitti, di chiudere le arterie che alimentano i poveri più ancora che i ricchi. I quattro leaders, ma è evidente la regia di Carney, irrompono nella platea globale e chiamano i volenterosi ad una «partnership per il multilateralismo».
Ormai il nome di Mike Carney comincia a suonare familiare anche dalle nostre parti. Il suo passo precedente, la scorsa settimana, è stato quello di proporre alla Unione Europea una associazione ad essa da parte del Canada. Ci ha messo la faccia parlando di fronte al Parlamento di Strasburgo. A modo loro sono stati Putin e Trump in prima persona a riconoscere il valore e la portata del processo che avvicina in modo inedito Unione Europea e Canada. Putin lo ha fatto con i suoi droni esplosivi e Trump con le sue minacce.
La lezione è chiara, la via di un ordine che si oppone alla frammentazione politica ed al terrore delle dittature passa per la Unione Europea. Chi vuole un ordine globale giusto sa che deve farlo insieme alla UE.
Rispetto ad un mondo che rotola nella direzione di diritti calpestati e libertà negate, il procedere dell’Unione Europea nella direzione opposta avviene ad una velocità relativa che giorno per giorno cresce e che ormai è vertiginosa. La CECA (oggi UE) sembrava nata solo per inseguire e per rimediare. Oggi si ritrova nel gruppetto di testa e questo proprio mentre la salita si fa più dura ed i tornanti più insidiosi. Invece che limitarsi a rimediare, sempre più spesso la UE si rivela capace di inventare. Tra prove ed errori? Certo, tra tante prove ed anche gravi errori. Qualcuno è in grado di indicare una via più spedita?
L’Unione si allarga, cresce quantitativamente. Molti avevano festeggiato il “no” dell’Islanda, dimenticando quanto quell’isola sia già ben dentro molte delle reti che tessono il network della UE. Questo ad Ovest; e che dire se si sposta lo sguardo verso Est? Lì vediamo un’Ucraina che sta pagando con il sangue la libera volontà di essere parte dell’Unione. Qualcosa di analogo vediamo anche guardando verso Nord. Oggi la Gran Bretagna sa bene quanto le sia costato l’errore della Brexit nel quale l’aveva indotta Farage, ben finanziato dai soliti nemici dell’Europa. Avendolo appreso a sue spese, la Gran Bretagna non si limita a tornare indietro, ma fa molto di più. Si riavvicina all’UE andando verso un punto d’incontro situato più in alto e più avanti rispetto al punto di rottura di dieci anni fa. Se poi guardiamo a Sud, vediamo la crescita dello spessore che conoscono le relazioni tra UE e Mercosur (Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay). E lo stesso vediamo anche se guardiamo molto più lontano, se allarghiamo lo sguardo verso l’Estremo Oriente (Giappone) e l’Oceania (a cominciare dall’Australia).
Tutti noi siamo assordati dallo sferragliamento con il quale procede la macchina della UE. Ci arrabbiamo per le sue fermate e ci sconfortiamo per gli errori in cui incappa, non di rado con arroganza, e a volte prigioniera dei patetici miti che insegue. Eppure la macchina procede. E se procede! Che errore sarebbe non accorgersene e non aggiustarla in corsa. La UE ha attivato un modo centripeto dentro il quale il Canada si è già messo, ma al quale sono già piuttosto vicini Australia e persino Giappone.
Una misura del processo in atto? Canada e UE (con Islanda, Gran Bretagna e Scandinavia) presidiano una bella fetta di Artico, uno degli snodi commerciali, energetici e militari del futuro. Un bel guaio per chi ne sognava una spartizione tra pochi senza-legge. Bravissimi la premier danese Frederiksen e Rubio ad aver avviato la questione Groenlandia verso una soluzione positiva.
Non basta. La prospettiva di una associazione del Canada alla UE manifesta una crescita non solo quantitativa, ma morfologica dell’Unione Europea. La UE non diventa solo sempre più grande, ma diventa anche sempre più diversa rispetto ai format politici convenzionali. L’Unione è sempre più simile a come l’avevano pensata De Gasperi, Schumann, Adenauer e Monnet ed è sempre meno lo Stato che si andava immaginando a Ventotene da Spinelli e compagni.
L’UE sta diventando qualcosa di sempre più diverso da uno Stato e di sempre più simile ad una repubblica, ad una repubblica di repubbliche. Le vecchie categorie fanno fatica a classificare la «cosa» UE. Il sistema operativo concepito inizialmente da De Gasperi e soci si sta rivelando capace di «far girare» anche il nuovo software immaginato tra gli altri da Carney e Stubb. Si diceva un tempo della UE: «not a superstate, but a superpower»; si dice oggi: una trama istituzionale sofisticata e di nuova concezione che prova a tenere insieme forza e libertà e così evita che la forza diventi violenza e che la libertà si riduca ad un fantasma.
I patetici identitari nostrani fanno finta di non vedere che alla UE si avvicinano paesi come un Canada nel quale le due identità costitutive (quella anglofona e quella francofona) non sono assolutamente disposte a dissolversi. Fanno finta di non vedere che i catalani non vogliono l’Europa meno degli altri spagnoli, ma più. Che gli scozzesi non la vogliono meno degli inglesi, che i russofoni dell’Ucraina non la vogliono meno degli ucraini ex asburgici di Leopoli. Del resto, non è la repubblica delle repubbliche che deve temere identità locali forti e oneste, a temerle debbono essere gli Stati e i sovranisti. I prezzolati da Putin protesteranno. Del resto sono pagati per farlo.
Problemi ce ne sono? Certo, e grandi. E ce ne saranno di non minori. Quale grande impresa, del resto, non deve affrontare grandi problemi? Siamo sicuri che la UE li supererà? Nient’affatto. In molte materie sarà dura superare il vincolo paralizzante della unanimità; più si tarda più diventa urgente e difficile farlo. Fino ai quattro angoli del globo, però, si è certi che l’obiettivo vale la prova e che quanto sta avvenendo mostra che quell’obiettivo è difficilissimo, ma non impossibile. Quelli come l’AfD o Vannacci potrebbero vincere, certo, ma potrebbero anche perdere ed in Svezia hanno perso, come avevano già perso in Ungheria.
La fiaccola della libertà sta tornando da questa parte dell’Atlantico, senza che questo significhi tener chiuse le porte a chi – come la Casa Bianca – si sta prendendo una pausa.
Intanto, per l’Italia (e per la città di Roma) si profila un ruolo strategico. Nessuna grande entità politica, e dunque neppure la UE, può continuare ad essere solo «di terra», bensì, se vuole essere grande, deve essere «di terra e di mare». La grande repubblica di repubbliche della UE, non più solo «di terra» (come sarebbe un’Europa solo franco-tedesca), è avviata ad includere l’Atlantico ed ad aprirsi sull’Artico. La missione dell’Italia (e di Roma) è quella di battersi per ricordare che quel disegno ha bisogno anche del Mediterraneo (e viceversa) perché – speculare all’Artico – il Mediterraneo apre all’Africa ed al Medio Oriente, ed indirettamente al subcontinente indiano.
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