Intervista al professore emerito dell’Università di Tel Aviv, studioso della psicologia dei conflitti, sulla ferita ancora viva negli israeliani, che "ha reso ciechi di fronte alla sofferenza" dei palestinesi finendo per "deumanizzarli"; su Netanyahu, che "ha cambiato radicalmente il paese e può vincere le elezioni"; sul rischio che "senza un'inversione di rotta Israele diventi in larga misura uno Stato autoritario": sulle giovani generazioni "più nazionaliste, più religiose, più razziste"; e sulla "totale sfiducia" fra i due popoli che sta facendo "perdere ogni speranza in un processo di pace"
“Israele vive ancora nel trauma del 7 ottobre”. Daniel Bar-Tal, professore emerito dell'Università di Tel Aviv, ha dedicato gran parte della sua carriera allo studio della psicologia politica e sociale dei conflitti intrattabili, della vittimizzazione collettiva e degli ostacoli psicologici alla pace. È autore del saggio La trappola dei conflitti intrattabili. Il caso israelo-palestinese (FrancoAngeli, traduzione di Manuela Borraccino). Tre anni dopo il brutale attacco di Hamas, sostiene che quella ferita non si sia ancora rimarginata e che, anzi, sia entrata nella memoria collettiva di Israele.
In Israele il 7 ottobre è una presenza costante. Anche le conversazioni con gli israeliani spesso finiscono per tornare al giorno dell'attacco di Hamas. Tre anni dopo, la società israeliana vive ancora psicologicamente quella ferita?
Israele vive ancora nel trauma del 7 ottobre e e i suoi effetti continuano a farsi sentire nella vita quotidiana. Le persone cercano aiuto, anche psicologico, non dormono bene la notte, fumano di più. Il trauma è ancora con noi.
Come se lo spiega?
La prima ragione è che il 7 ottobre è diventato una sorta di "trauma scelto". Fino a quel momento ci eravamo concentrati sulla Shoah. Il 7 ottobre si è aggiunto a questo trauma nella memoria collettiva ed è stato immediatamente paragonato alla Shoah. A questo si è aggiunta la vicenda dei 251 ostaggi. La seconda ragione è che il governo israeliano ha rifiutato di assumersi la responsabilità del disastro. Netanyahu ha cercato di orientare la rabbia in altre direzioni, ma non si è mai assunto la responsabilità di quanto accaduto. È una questione ancora oggi al centro del dibattito pubblico e sarà uno dei temi chiave delle elezioni.
Un trauma che ha inciso sulla convivenza fra israeliani e palestinesi.
Sì, il trauma ha reso ciechi di fronte alla sofferenza. Anche perché la televisione e i media, con l'eccezione di un giornale, non se ne sono occupati o hanno ridotto al minimo ciò che accadeva sul fronte palestinese. Sono passati tre anni e di quello che è successo a Gaza si è parlato molto poco. È stato negato o razionalizzato. Ora il film Naza porta direttamente davanti al pubblico israeliano una rappresentazione molto dura di ciò che Israele ha compiuto a Gaza, parlando di genocidio e di massacri.
Il documentario è stato fortemente criticato in Israele, che ha contestato l'impianto del film?
È una forma di negazione. Israele si trova oggi in uno stato d'animo molto diverso da quello del resto del mondo.
Lei studia da molti anni la vittimizzazione collettiva. Non è possibile sentirsi vittime e, allo stesso tempo, riconoscere la sofferenza che si sta causando agli altri?
Ha sollevato un’enorme questione: come le vittime possano trasformarsi a loro volta in aggressori e arrivare a brutalizzare il prossimo. Ma bisogna capire una cosa fondamentale: gli israeliani non si vedono come aggressori, si vedono come vittime. Attraverso il sistema educativo, i media e i discorsi dei leader, presentano Israele esclusivamente come vittima e non si parla praticamente mai del fatto che possa essere anche responsabile della sofferenza altrui. Ci si concentra sul 7 ottobre, ma questa percezione viene da molto più lontano: siamo stati vittime per duemila anni, nella Shoah, nei conflitti con gli Stati arabi e con i palestinesi. Per questo la maggioranza della popolazione non vede gli israeliani come aggressori.
I giovani israeliani tendono ad avere posizioni più radicali rispetto alle generazioni precedenti. È un effetto della guerra?
La giovane generazione è più nazionalista, più religiosa, più razzista. E non è una grande sorpresa, perché le generazioni precedenti hanno vissuto il processo di pace degli anni Novanta, mentre i giovani di oggi hanno conosciuto soprattutto gli scontri con Gaza. Sono cresciuti sotto governi estremisti, con ministri dell'Istruzione nazionalisti, spesso religiosi e provenienti dai settori più radicali della società israeliana. Nell'educazione, lo spazio riservato ai valori democratici si è ridotto, mentre si è rafforzata un'impostazione sempre più nazionalista.
Che tipo di società immagina tra dieci o vent'anni?
È difficile dirlo. Ma se non ci sarà un'inversione di rotta, una trasformazione o un cambiamento di governo - e io non credo che avverrà - continueremo a rimanere in questo fango. La giovane generazione proseguirà lungo questa strada e Israele diventerà in larga misura uno Stato autoritario.
Lei sostiene che l'occupazione possa alimentare l'autoritarismo e che, allo stesso tempo, l'autoritarismo contribuisca a mantenere l'occupazione. È quello che sta accadendo oggi con i coloni in Cisgiordania?
È un processo che si alimenta nel tempo. Oggi i ministri responsabili di ciò che accade in Cisgiordania appartengono ai settori più radicali della società israeliana: sono religiosi, nazionalisti e razzisti. Allo stesso tempo, all'interno di Israele assistiamo a un grave deterioramento delle istituzioni democratiche. Israele è cambiato radicalmente durante i lunghi anni in cui Netanyahu è stato al potere.
Netanyahu ha costruito la propria identità politica intorno alla sicurezza. Il 7 ottobre è avvenuto sotto il suo governo, ma conserva una base politica significativa. Come se lo spiega?
Come è possibile che Trump conservi ancora una base così forte? Quando le persone sviluppano una lealtà totale verso un leader possono diventare cieche di fronte alla realtà. Accade in Turchia, in Russia, è successo in Ungheria, in Polonia. Le persone aderiscono a un idolo, a una sorta di dio, ignorano la realtà e continuano a sostenere un leader che proietta simboli per loro fondamentali. In questo caso la sicurezza, l’identità, la difesa di Israele. Netanyahu mente continuamente, ma i suoi sostenitori finiscono per accettare quelle bugie come se fossero la realtà.
Può vincere le prossime elezioni?
Sì, assolutamente. I sondaggi di oggi mostrano una sorta di parità con l’opposizione. Netanyahu è riuscito in larga misura a neutralizzare politicamente il 20% della popolazione israeliana che è araba. E anche l’opposizione non vuole essere associata a quel 20% della popolazione, che rappresenta invece una forza politica in Israele.
Il 7 ottobre e la guerra di Gaza hanno cambiato anche il rapporto tra ebrei e arabi di Israele?
Sì, assolutamente. La sfiducia è aumentata. In questo clima, gli arabi israeliani tendono soprattutto a rimanere in silenzio, a non esporsi. Lo abbiamo visto anche recentemente con un candidato arabo che è stato costretto a ritirare la propria candidatura alle prossime elezioni.
Nel suo libro La trappola dei conflitti intrattabili. Il caso israelo-palestinese scrive della perdita della speranza nel processo di pace.
Si è creata una totale sfiducia reciproca e di conseguenza si è persa la speranza. Israele ufficialmente non vuole negoziare: l'Autorità palestinese e Abu Mazen dicono di volerlo fare, Netanyahu si rifiuta. Oggi gli israeliani non vogliono più la pace con i palestinesi. Li considerano come nazisti, come terroristi, e non si fidano di loro. Gran parte della popolazione israeliana ha finito per deumanizzare i palestinesi: non li considera possibili partner. La possibilità di una soluzione che era emersa negli anni Novanta è scomparsa. Oggi non ci sono veri passi in grado di ricostruire speranza e fiducia tra israeliani e palestinesi.
Ma questa speranza può tornare?
Una soluzione esiste, ma ci vorrà tempo. Se l'Europa si muoverà con maggiore decisione verso il boicottaggio di Israele, questo potrà influenzare anche una nuova generazione di israeliani. Forse tra dieci o vent'anni si potrà aprire una nuova possibilità. Ma è un processo molto lento.
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