Trentotto nuove strutture. È questo il cuore del nuovo piano operativo dell'azienda ospedaliera metropolitana (AOM). Diciotto unità operative complesse, venti strutture semplici dipartimentali e una nuova architettura organizzativa destinata a ridisegnare il Policlinico San Martino, il Villa Scassi e il San Carlo (per il Galliera al momento rimane una convenzione).
Ma, ancora prima del numero delle nuove strutture, nei reparti circola una domanda molto più concreta: chi ci lavorerà?
Il piano arriva mentre la sanità continua a fare i conti con concorsi deserti, pensionamenti e una cronica difficoltà nel reperire medici e infermieri. È proprio da qui che nasce il malessere che, da alcune settimane, attraversa soprattutto il Policlinico San Martino.
A sei mesi dall'arrivo di Monica Calamai alla guida dell'AOM, il nuovo piano rappresenta il primo vero banco di prova della sua gestione. Radio San Martino racconta di un malessere diffuso, forse persino più trasversale del previsto. Ospedalieri e universitari, pur con sensibilità diverse, sembrano condividere la stessa domanda: era davvero questa la razionalizzazione promessa? Il tema non riguarda solo la creazione di nuove strutture, ma il modo in cui queste scelte sono state pensate e condivise.
Nell'area universitaria, in particolare, alcuni professionisti lamentano un coinvolgimento limitato nella fase di costruzione del piano. Nella delibera viene indicato un percorso condiviso, ma c'è chi sostiene di aver conosciuto alcuni dettagli soltanto quando il documento era ormai definito. Una questione non secondaria in un Policlinico dove assistenza, ricerca e formazione dovrebbero convivere e procedere nella stessa direzione. E che sta contribuendo ad alimentare la distanza tra la direzione e una parte del personale.
Poi ci sono gli esempi concreti.
L'urologia del San Martino vede nascere una seconda struttura complessa dedicata alla chirurgia urologica e dei trapianti di rene, scelta che diversi professionisti faticano a conciliare con l'organizzazione universitaria. La cardiochirurgia viene affiancata da una nuova struttura complessa cardiochirurgica ad alta complessità a direzione ospedaliera, suscitando interrogativi su quali professionisti e quali volumi di attività dovranno sostenerla, visto che è noto che il maggior numero di interventi cardiochirurgici regionali sono svolti dalla struttura convenzionata ICLAS-GVM di Rapallo. Anche lo spostamento dell'oncologia e terapie avanzate nel dipartimento toracico-respiratorio ha alimentato dubbi, considerato che l'attività oncologica non riguarda esclusivamente il tumore del polmone, a meno che, qualcuno fa notare, questo non abbia logiche di assegnazioni di direzioni dipartimentali.Non resta fuori il Villa Scassi dove in seguito a una ulteriore modifica nascerà una struttura dipartimentale di neonatologia, nonostante a Genova ci sia già quella del Gaslini con un rilievo nazionale e internazionale e quella del San Martino. La domanda è: serve veramente una terza neonatologia in una città che vede meno di tremila nascite l'anno?
Sono casi diversi, ma vengono letti come parte dello stesso disegno: una crescente frammentazione organizzativa. Più strutture significano inevitabilmente più direttori, più livelli decisionali, più attività amministrativa. Se però il personale rimane sostanzialmente lo stesso, si torna inevitabilmente al punto di partenza: chi farà funzionare tutto questo? È anche da qui che nasce una riflessione che circola sempre più spesso nei corridoi del San Martino: "Quando le strutture diventano troppe il rischio è che non si individui più una funzione e poi le persone migliori per svolgerla, ma che si costruisca una struttura attorno alle persone".
I soliti beninformati parlano anche di probabili nuovi arrivi di professionisti già conosciuti dalla direttrice generale nelle sue precedenti esperienze. Sono voci che, vere o meno, raccontano soprattutto un clima: quello di chi chiede maggiore trasparenza sulle scelte future.
Tra il personale ricorre poi un'espressione: "dividi et impera". Più che un'accusa, è la sintesi del timore che una struttura sempre più articolata finisca per accentuare le divisioni interne invece di favorire collaborazione e integrazione.
C'è poi anche un'altra preoccupazione che questa "rivoluzione nella rivoluzione", se non dovesse produrre i miglioramenti attesi, lasci in eredità una struttura ancora più complessa da riorganizzare. "Se non funzionerà - osserva più di uno - tra qualche anno, quando l'attuale direzione avrà concluso il proprio mandato, toccherà a qualcun altro raccogliere i cocci".
Il dibattito è ormai uscito dall'ospedale. Il capogruppo regionale di Linea Condivisa, Gianni Pastorino, ha parlato di uno "spezzettamento" delle unità complesse che rischia di allontanarsi dall'obiettivo di razionalizzazione annunciato dalla Regione.
La replica della direttrice generale Monica Calamai a Repubblica, è netta: nessuna proliferazione di strutture, ma una riorganizzazione complessiva che supera assetti precedenti e valorizza attività già esistenti. Secondo Calamai, il nuovo modello è necessario per rispondere alla crescente complessità dell'azienda ospedaliera metropolitana e migliorare qualità, innovazione e uniformità delle cure.
Sarà il tempo a stabilire quale lettura sia quella corretta.
Perché una riforma sanitaria non si giudica dal numero delle strutture previste ma da quello che cambia nei reparti: se migliora il lavoro dei professionisti, se riduce le difficoltà quotidiane e se offre ai cittadini un'assistenza migliore. Ed è proprio sulla fiducia di quei professionisti che si giocherà la partita più importante.
Ma in un momento storico come l'attuale in cui le risorse economiche scarseggiano e la ricerca del personale sanitario è sempre più difficile, la razionalizzazione deve passare attraverso una parola d'ordine economia di scala: accorpare, integrare e razionalizzare strutture che in passato lavoravano separatamente, evitando di moltiplicare centri di responsabilità e livelli organizzativi.
La direzione del nuovo piano operativo però sembra andare esattamente nella direzione opposta.
La nuova organizzazione dell'AOM prevede 38 nuove strutture: negli ospedali emergono dubbi su personale e organizzazione
Trentotto nuove strutture. È questo il cuore del nuovo piano operativo dell'azienda ospedaliera metropolitana (AOM). Diciotto unità operative complesse, venti strutture semplici dipartimentali e una nuova architettura organizzativa destinata a ridisegnare il Policlinico San Martino, il Villa Scassi e il San Carlo (per il Galliera al momento rimane una convenzione).
Ma, ancora prima del numero delle nuove strutture, nei reparti circola una domanda molto più concreta: chi ci lavorerà?
Il piano arriva mentre la sanità continua a fare i conti con concorsi deserti, pensionamenti e una cronica difficoltà nel reperire medici e infermieri. È proprio da qui che nasce il malessere che, da alcune settimane, attraversa soprattutto il Policlinico San Martino.
A sei mesi dall'arrivo di Monica Calamai alla guida dell'AOM, il nuovo piano rappresenta il primo vero banco di prova della sua gestione. Radio San Martino racconta di un malessere diffuso, forse persino più trasversale del previsto. Ospedalieri e universitari, pur con sensibilità diverse, sembrano condividere la stessa domanda: era davvero questa la razionalizzazione promessa? Il tema non riguarda solo la creazione di nuove strutture, ma il modo in cui queste scelte sono state pensate e condivise.
Nell'area universitaria, in particolare, alcuni professionisti lamentano un coinvolgimento limitato nella fase di costruzione del piano. Nella delibera viene indicato un percorso condiviso, ma c'è chi sostiene di aver conosciuto alcuni dettagli soltanto quando il documento era ormai definito. Una questione non secondaria in un Policlinico dove assistenza, ricerca e formazione dovrebbero convivere e procedere nella stessa direzione. E che sta contribuendo ad alimentare la distanza tra la direzione e una parte del personale.
Poi ci sono gli esempi concreti.
L'urologia del San Martino vede nascere una seconda struttura complessa dedicata alla chirurgia urologica e dei trapianti di rene, scelta che diversi professionisti faticano a conciliare con l'organizzazione universitaria. La cardiochirurgia viene affiancata da una nuova struttura complessa cardiochirurgica ad alta complessità a direzione ospedaliera, suscitando interrogativi su quali professionisti e quali volumi di attività dovranno sostenerla, visto che è noto che il maggior numero di interventi cardiochirurgici regionali sono svolti dalla struttura convenzionata ICLAS-GVM di Rapallo. Anche lo spostamento dell'oncologia e terapie avanzate nel dipartimento toracico-respiratorio ha alimentato dubbi, considerato che l'attività oncologica non riguarda esclusivamente il tumore del polmone, a meno che, qualcuno fa notare, questo non abbia logiche di assegnazioni di direzioni dipartimentali.
Non resta fuori il Villa Scassi dove in seguito a una ulteriore modifica nascerà una struttura dipartimentale di neonatologia, nonostante a Genova ci sia già quella del Gaslini con un rilievo nazionale e internazionale e quella del San Martino. La domanda è: serve veramente una terza neonatologia in una città che vede meno di tremila nascite l'anno?
Sono casi diversi, ma vengono letti come parte dello stesso disegno: una crescente frammentazione organizzativa. Più strutture significano inevitabilmente più direttori, più livelli decisionali, più attività amministrativa. Se però il personale rimane sostanzialmente lo stesso, si torna inevitabilmente al punto di partenza: chi farà funzionare tutto questo? È anche da qui che nasce una riflessione che circola sempre più spesso nei corridoi del San Martino: "Quando le strutture diventano troppe il rischio è che non si individui più una funzione e poi le persone migliori per svolgerla, ma che si costruisca una struttura attorno alle persone".
I soliti beninformati parlano anche di probabili nuovi arrivi di professionisti già conosciuti dalla direttrice generale nelle sue precedenti esperienze. Sono voci che, vere o meno, raccontano soprattutto un clima: quello di chi chiede maggiore trasparenza sulle scelte future.
Tra il personale ricorre poi un'espressione: "dividi et impera". Più che un'accusa, è la sintesi del timore che una struttura sempre più articolata finisca per accentuare le divisioni interne invece di favorire collaborazione e integrazione.
C'è poi anche un'altra preoccupazione che questa "rivoluzione nella rivoluzione", se non dovesse produrre i miglioramenti attesi, lasci in eredità una struttura ancora più complessa da riorganizzare. "Se non funzionerà - osserva più di uno - tra qualche anno, quando l'attuale direzione avrà concluso il proprio mandato, toccherà a qualcun altro raccogliere i cocci".
Il dibattito è ormai uscito dall'ospedale. Il capogruppo regionale di Linea Condivisa, Gianni Pastorino, ha parlato di uno "spezzettamento" delle unità complesse che rischia di allontanarsi dall'obiettivo di razionalizzazione annunciato dalla Regione.
La replica della direttrice generale Monica Calamai a Repubblica, è netta: nessuna proliferazione di strutture, ma una riorganizzazione complessiva che supera assetti precedenti e valorizza attività già esistenti. Secondo Calamai, il nuovo modello è necessario per rispondere alla crescente complessità dell'azienda ospedaliera metropolitana e migliorare qualità, innovazione e uniformità delle cure.
Sarà il tempo a stabilire quale lettura sia quella corretta.
Perché una riforma sanitaria non si giudica dal numero delle strutture previste ma da quello che cambia nei reparti: se migliora il lavoro dei professionisti, se riduce le difficoltà quotidiane e se offre ai cittadini un'assistenza migliore. Ed è proprio sulla fiducia di quei professionisti che si giocherà la partita più importante.
Ma in un momento storico come l'attuale in cui le risorse economiche scarseggiano e la ricerca del personale sanitario è sempre più difficile, la razionalizzazione deve passare attraverso una parola d'ordine economia di scala: accorpare, integrare e razionalizzare strutture che in passato lavoravano separatamente, evitando di moltiplicare centri di responsabilità e livelli organizzativi.
La direzione del nuovo piano operativo però sembra andare esattamente nella direzione opposta.
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