La Liguria non ha un problema di turismo. Ha un problema di scelta, di misura e, soprattutto, di progetto. In alcune località costiere l’overtourism concentra presenze, traffico e consumo dello spazio in poche giornate. A pochi chilometri dal mare, invece, vallate e borghi restano ai margini dei grandi flussi, mentre si chiudono sentieri, scompaiono servizi e si indeboliscono le comunità. La risposta non può essere quella di trasferire semplicemente i turisti dalla costa all’entroterra. La Liguria montana non è una scenografia da vendere al visitatore urbano, non è un fondale pittoresco sul quale rappresentare feste, mestieri e pratiche consuetudinarie ormai separate dalla vita reale. Non può essere ridotta a un folclore gastronomico a costo accessibile: il pranzo tipico, la sagra, il prodotto locale trasformato in souvenir e il ritorno in città prima di sera. Non è folclore. È un territorio aspro, selvaggio, a volte difficile, ma anche straordinariamente generoso con chi sa comprenderlo. Per questo non basta promuovere un borgo, tracciare un itinerario o organizzare qualche evento. Un sentiero non diventa un prodotto culturale perché viene indicato su una mappa o su un manifesto. Una tradizione non si tutela trasformandola in spettacolo. E un paese non rinasce perché, per due giorni all’anno, si riempiono le piazze, si fotografano le facciate e si servono piatti “autentici” adattati al consumo rapido del visitatore.Serve un’offerta coerente con la natura dei luoghi: selettiva, lenta, consapevole. Un turismo capace di mettere insieme paesaggio, archeologia, storia, agricoltura, produzioni locali, escursionismo e conoscenza ambientale. Un turismo che chieda al visitatore non soltanto di guardare, mangiare e ripartire, ma di vivere e comprendere profondamente radici, identità e tradizioni. In questo disegno, accanto ai comuni, i parchi possono diventare veri soggetti di progettazione culturale e di gestione territoriale. Non soltanto enti di tutela, ma luoghi nei quali coordinare manutenzione, accoglienza, formazione, mobilità, attività economiche e partecipazione delle comunità. Le buone pratiche esistono, ma troppo spesso restano isolate, affidate alla tenacia di amministratori, associazioni e operatori locali. La politica le cita, le inaugura, talvolta le premia; più raramente riesce a trasformarle in sistema. Il turismo sostenibile non deve promettere folle alla montagna. Deve produrre permanenza, lavoro, manutenzione e cura del paesaggio. La Liguria di mare continuerà ad attirare milioni di persone. Ma quella montana non deve diventare la sua dependance stagionale, né la sua traiettoria gastronomica domenicale. Deve essere riconosciuta per ciò che è: una parte essenziale dell’identità ligure, difficile da addomesticare e proprio per questo straordinariamente preziosa.
*Fabrizio Benente Pro rettore Università di Genova

La Liguria non ha un problema di turismo. Ha un problema di scelta, di misura e, soprattutto, di progetto. In alcune località costiere l’overtourism concentra presenze, traffico e consumo dello spazio in poche giornate. A pochi chilometri dal mare, invece, vallate e borghi restano ai margini dei grandi flussi, mentre si chiudono sentieri, scompaiono servizi e si indeboliscono le comunità.
La risposta non può essere quella di trasferire semplicemente i turisti dalla costa all’entroterra. La Liguria montana non è una scenografia da vendere al visitatore urbano, non è un fondale pittoresco sul quale rappresentare feste, mestieri e pratiche consuetudinarie ormai separate dalla vita reale. Non può essere ridotta a un folclore gastronomico a costo accessibile: il pranzo tipico, la sagra, il prodotto locale trasformato in souvenir e il ritorno in città prima di sera. Non è folclore. È un territorio aspro, selvaggio, a volte difficile, ma anche straordinariamente generoso con chi sa comprenderlo. Per questo non basta promuovere un borgo, tracciare un itinerario o organizzare qualche evento. Un sentiero non diventa un prodotto culturale perché viene indicato su una mappa o su un manifesto. Una tradizione non si tutela trasformandola in spettacolo. E un paese non rinasce perché, per due giorni all’anno, si riempiono le piazze, si fotografano le facciate e si servono piatti “autentici” adattati al consumo rapido del visitatore.
Serve un’offerta coerente con la natura dei luoghi: selettiva, lenta, consapevole. Un turismo capace di mettere insieme paesaggio, archeologia, storia, agricoltura, produzioni locali, escursionismo e conoscenza ambientale. Un turismo che chieda al visitatore non soltanto di guardare, mangiare e ripartire, ma di vivere e comprendere profondamente radici, identità e tradizioni. In questo disegno, accanto ai comuni, i parchi possono diventare veri soggetti di progettazione culturale e di gestione territoriale. Non soltanto enti di tutela, ma luoghi nei quali coordinare manutenzione, accoglienza, formazione, mobilità, attività economiche e partecipazione delle comunità. Le buone pratiche esistono, ma troppo spesso restano isolate, affidate alla tenacia di amministratori, associazioni e operatori locali. La politica le cita, le inaugura, talvolta le premia; più raramente riesce a trasformarle in sistema. Il turismo sostenibile non deve promettere folle alla montagna. Deve produrre permanenza, lavoro, manutenzione e cura del paesaggio. La Liguria di mare continuerà ad attirare milioni di persone. Ma quella montana non deve diventare la sua dependance stagionale, né la sua traiettoria gastronomica domenicale. Deve essere riconosciuta per ciò che è: una parte essenziale dell’identità ligure, difficile da addomesticare e proprio per questo straordinariamente preziosa.
*Fabrizio Benente Pro rettore Università di Genova
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