Si è concluso il Mondiale più grande della Storia. Ma anche uno dei più deludenti. Dunque la domanda, oggi, dovrebbe essere una sola: era davvero necessario trasformare il torneo più prestigioso del calcio in un prodotto televisivo senza misura? L'allargamento a 48 squadre si è rivelato, nei fatti, un errore. Più partite non significano automaticamente più spettacolo. Al contrario, il calendario è stato diluito da incontri spesso mediocri, prevedibili, privi di intensità e di qualità tecnica. Troppe nazionali senza un livello competitivo adeguato hanno prodotto un torneo interminabile, nel quale le vere emozioni (in realtà pochissime) sono state diluite in settimane di calcio dimenticabile.
Ma il problema va oltre il campo. Per la prima volta si è avuta la netta sensazione che il calcio sia diventato un dettaglio rispetto allo spettacolo commerciale costruito attorno ad esso. Le sospensioni delle partite per consentire gli spot pubblicitari (il famigerato 'hydration break', a volte utilizzato anche all'interno di stadi con l'aria condizionata!) hanno rappresentato un precedente inquietante. Il calcio ha sempre avuto un ritmo tutto suo, fatto di continuità e tensione emotiva. Interromperlo per esigenze commerciali significa snaturarne l'essenza, trasformando il gioco in un contenitore da riempire di pubblicità. Il punto più basso è stato però raggiunto nella finale. L'intervallo è stato prolungato fino a sfiorare la mezz'ora per ospitare uno spettacolo che con il calcio non aveva nulla a che vedere. Una scelta che ha trasformato l'evento sportivo in una copia mal riuscita del Super Bowl americano. Ma il Mondiale non è il Super Bowl. Non lo è mai stato e non dovrebbe mai diventarlo. La finale del Campionato del Mondo è già di per sé uno degli spettacoli più seguiti del pianeta. Non ha bisogno di concerti, effetti speciali o show costruiti per trattenere il pubblico davanti agli schermi. Ha bisogno soltanto del calcio. Del migliore calcio possibile (e purtroppo domenica non è stato così).
La sensazione è che la FIFA abbia ormai imboccato una strada precisa: aumentare tutto. Più squadre, più partite, più giorni di torneo, più pubblicità, più sponsor, più soldi, più spettacolo di contorno, meno spettacolo in campo. Ma in questa rincorsa ai numeri si rischia di perdere ciò che rendeva unico un Mondiale: la sua eccezionalità. Per quasi un secolo il Campionato del Mondo è stato un evento raro, quasi sacro. Ogni partita contava, ogni qualificazione era un'impresa, ogni minuto aveva un peso specifico enorme. Oggi sembra prevalere un'altra logica: quella della massimizzazione dei ricavi, anche a costo di sacrificare qualità, ritmo e identità della competizione. È difficile pensare che questa sia la direzione giusta. Se questo deve essere il futuro del calcio, allora è un futuro che impoverisce lo sport più popolare del mondo. Perché un Mondiale dovrebbe lasciare il ricordo delle grandi partite, dei campioni e delle emozioni. Non degli spot pubblicitari, degli intervalli infiniti e delle esigenze del marketing. Mai più Mondiali così.

Si è concluso il Mondiale più grande della Storia. Ma anche uno dei più deludenti. Dunque la domanda, oggi, dovrebbe essere una sola: era davvero necessario trasformare il torneo più prestigioso del calcio in un prodotto televisivo senza misura? L'allargamento a 48 squadre si è rivelato, nei fatti, un errore. Più partite non significano automaticamente più spettacolo. Al contrario, il calendario è stato diluito da incontri spesso mediocri, prevedibili, privi di intensità e di qualità tecnica. Troppe nazionali senza un livello competitivo adeguato hanno prodotto un torneo interminabile, nel quale le vere emozioni (in realtà pochissime) sono state diluite in settimane di calcio dimenticabile.
Ma il problema va oltre il campo. Per la prima volta si è avuta la netta sensazione che il calcio sia diventato un dettaglio rispetto allo spettacolo commerciale costruito attorno ad esso. Le sospensioni delle partite per consentire gli spot pubblicitari (il famigerato 'hydration break', a volte utilizzato anche all'interno di stadi con l'aria condizionata!) hanno rappresentato un precedente inquietante. Il calcio ha sempre avuto un ritmo tutto suo, fatto di continuità e tensione emotiva. Interromperlo per esigenze commerciali significa snaturarne l'essenza, trasformando il gioco in un contenitore da riempire di pubblicità. Il punto più basso è stato però raggiunto nella finale. L'intervallo è stato prolungato fino a sfiorare la mezz'ora per ospitare uno spettacolo che con il calcio non aveva nulla a che vedere. Una scelta che ha trasformato l'evento sportivo in una copia mal riuscita del Super Bowl americano. Ma il Mondiale non è il Super Bowl. Non lo è mai stato e non dovrebbe mai diventarlo. La finale del Campionato del Mondo è già di per sé uno degli spettacoli più seguiti del pianeta. Non ha bisogno di concerti, effetti speciali o show costruiti per trattenere il pubblico davanti agli schermi. Ha bisogno soltanto del calcio. Del migliore calcio possibile (e purtroppo domenica non è stato così).
La sensazione è che la FIFA abbia ormai imboccato una strada precisa: aumentare tutto. Più squadre, più partite, più giorni di torneo, più pubblicità, più sponsor, più soldi, più spettacolo di contorno, meno spettacolo in campo. Ma in questa rincorsa ai numeri si rischia di perdere ciò che rendeva unico un Mondiale: la sua eccezionalità. Per quasi un secolo il Campionato del Mondo è stato un evento raro, quasi sacro. Ogni partita contava, ogni qualificazione era un'impresa, ogni minuto aveva un peso specifico enorme. Oggi sembra prevalere un'altra logica: quella della massimizzazione dei ricavi, anche a costo di sacrificare qualità, ritmo e identità della competizione. È difficile pensare che questa sia la direzione giusta. Se questo deve essere il futuro del calcio, allora è un futuro che impoverisce lo sport più popolare del mondo. Perché un Mondiale dovrebbe lasciare il ricordo delle grandi partite, dei campioni e delle emozioni. Non degli spot pubblicitari, degli intervalli infiniti e delle esigenze del marketing. Mai più Mondiali così.
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