Uno sconto immediato ma solo per il gasolio, perché la coperta è corta e per sforbiciare la benzina i lembi non arrivano. Soprattutto, accontentare chi viaggia su gomma per...
Uno sconto immediato ma solo per il gasolio, perché la coperta è corta e per sforbiciare la benzina i lembi non arrivano. Soprattutto, accontentare chi viaggia su gomma per scontentare chi ha il vizio della sigaretta potrebbe trasformarsi in un boomerang elettorale. Trasmettendo il messaggio di un governo delle tasse, che, come la giri la giri, sempre dalle tasche dei cittadini attinge. È la riflessione attorno a cui matura la retromarcia del governo sull'aumento delle bionde, tra le ipotesi sul tavolo per coprire i nuovi tagli delle accise dei carburanti che il Consiglio dei ministri vara appena un paio d'ore dopo.
Attorno al tavolo che precede il Cdm, e che scarta l'opzione di un aumento di ben un euro a pacchetto, Giorgia Meloni riunisce i due vice, Antonio Tajani e Matteo Salvini, e il responsabile del Mef, che da giorni con la Ragioneria lavora pancia a terra per far quadrare i conti. Era stata Meloni a chiedere a Via XX Settembre di agire in fretta, perché i prezzi di benzina e gasolio hanno sfondato la soglia psicologica dei due euro: «una soluzione va data subito, risposte immediate», il diktat di Meloni.
Con un decreto "salva vacanze", una misura tampone in attesa di poter contare sulle entrate extra in arrivo dalle vendite di carburanti a luglio, con i prezzi schizzati nelle ultime settimane e per questo con un "tesoretto" più alto per alleggerire le tasche degli automobilisti grazie al taglio di accise e Iva lievitate. Ma ora? Occorrono 125 milioni, risorse vive per sgonfiare i prezzi alla pompa e finanziare la misura mordi e fuggi, dieci giorni appena l'arco temporale da coprire. Di attingere dalle sigarette però non se ne parla.
«Sono assolutamente contrario all'aumento delle tasse per ridurre il peso delle accise sui carburanti, in particolare sui tabacchi», mette in chiaro Salvini prima di prender parte alla riunione. Un concetto che ribadisce con forza durante il vertice con la premier, dove torna a chiedere un contributo delle banche: «diano una mano, con tutto quel che guadagnano...». Ma giù le mani dalle tasche dei tabagisti. «Vabbé che hai smesso di fumare Giò, ma ora non esageriamo...», prova a scherzarci su il leader della Lega per alleggerire il clima. Che lieve non è, perché i prezzi di verde e diesel alle stelle sono un bel grattacapo destinato a durare a lungo.
«Dobbiamo trovare il modo di abbassare le tasse, altro che stangata sulle sigarette», osserva il leader di Fi. La soluzione - un piano B che il Mef aveva già pronto con il titolare sensibile ai richiami della Lega - è un mix che attinge dalle accise mobili di giugno, dalle sanzioni antitrust e infine dal fondo per interventi strutturali di politica economica. Ma salta il taglio del prezzo della benzina, mentre si riduce quello immaginato per il gasolio: il governo è costretto a rivedere al ribasso il disegno iniziale. Che prevedeva una sforbiciata di 24 centesimi sul diesel e di 6,1 sulla benzina. Alla fine, complice lo stop all'aumento delle sigarette, a calare sarà solo il prezzo del gasolio, con un taglio di 17 centesimi al distributore. Ma riportando comunque l'asticella sotto la soglia shock dei due euro.
«Oggi il cdm ha approvato, con decreto, un taglio immediato sul gasolio, il carburante che pesa di più su trasporti, agricoltura e sui prezzi che ogni famiglia paga - le parole che Meloni consegna ai social dopo un Cdm lampo - Sappiamo che non risolve il problema. Ma è una risposta tempestiva e responsabile, tenendo in considerazione le poche risorse che abbiamo e un quadro internazionale in continua evoluzione».
Ma il problema delle risorse da trovare col lanternino non è certo l'unica mina del vertice tra i leader. Si torna infatti anche sulla legge elettorale, con l'esordio al Senato dello Stabilicum, Melonellum per i detrattori.
La mina preferenzeTajani, che domani riunirà i parlamentari azzurri per fare il punto, avrebbe ribadito alla premier di non poter garantire la compattezza dei suoi, nonostante gli sforzi titanici messi in campo. Persino a Palazzo Madama, in barba al voto palese, diversi azzurri starebbero pensando di impallinare l'emendamento sulle preferenze, mettendoci la faccia. E anche nelle file leghiste il malcontento era, è e resta altissimo.
Eppure Meloni è decisa a tirare dritto. Dietro la sua scelta non c'è solo una convinzione di merito, ovvero la certezza quasi granitica che, senza i collegi uninominali, la Corte Costituzionale non ammetterebbe mai una legge elettorale che non contempla le preferenze. Ma anche e soprattutto la consapevolezza che il centrodestra pagherebbe un prezzo altissimo lasciandole fuori dallo Stabilicum. «Sono gli italiani che le chiedono, ed è un diritto che non possiamo negare. Se pensate che i cittadini siano indifferenti a questo tema, bé vi sbagliate di grosso...», ha ragionato la presidente del Consiglio coi suoi, ribadendo ancora una volta l'intenzione di tirare dritto, con buona pace degli alleati. E dei franchi tiratori.