Per le opposizioni è l'ora della verità: «Riscontri, numeri e sentenze che smontano con i fatti anni di favole e bugie dei meloniani». Per Fratelli d'Italia, al...
Per le opposizioni è l'ora della verità: «Riscontri, numeri e sentenze che smontano con i fatti anni di favole e bugie dei meloniani». Per Fratelli d'Italia, al contrario, un nuovo motivo per tornare all'attacco. Tanto da chiamare in causa i presidenti di Camera e Senato per possibili irregolarità sul piano "penale e procedurale". È di nuovo scontro in Commissione Covid, l'organo parlamentare promosso dalla maggioranza per indagare sulla gestione della pandemia da parte del governo Conte II che ieri ha ascoltato Domenico Arcuri, già commissario straordinario per l'emergenza nominato proprio dall'allora premier e poi sostituito da Mario Draghi con il generale Figliuolo.
Un'audizione lunga, nel corso della quale Arcuri ha risposto a molte domande, rivendicato le decisioni prese durante l'emergenza e difeso il lavoro fatto spalla a spalla con l'ex presidente del Consiglio. Insistendo soprattutto su un concetto: «Eravamo in guerra e disarmati», ha detto l'ex presidente di Invitalia. Una «guerra» in cui «le procedure ordinarie mostravano tutta la loro tragica impotenza», con un'unica certezza: «L'estrema necessità di mascherine, ventilatori polmonari e tamponi». Rispondendo alle accuse, poi, Arcuri ha chiarito come «la legge prevedeva che si potessero utilizzare anche mascherine non Ce», parlando di una vera e propria «guerra commerciale» che si stava svolgendo in quel momento: «Se non avessimo anticipato i soldi le mascherine non sarebbero mai arrivate». E poi ancora i contratti stipulati «secondo le prassi internazionali», e «nessuna maxi commessa da 1,25 miliardi di euro» di cui si era parlato. «Abbiamo gestito una fase difficilissima, unica della storia del nostro Paese», cercando di fare «del nostro meglio per mettere in sicurezza i nostri concittadini, per salvare il numero più alto possibile di vite umane. Lo rifarei senza alcun dubbio», ha concluso Arcuri.
L'audizione di ConteParole che per Pd, M5s, Avs e Iv smontano "anni di favole e bugie attraverso i fatti. Non sono esistite - scrivono in una nota i partiti di opposizione - mascherine farlocche, non sono state pagate in anticipo né in prezzo superiore alla media, non è esistito alcun monopolio cinese, i controlli venivano effettuati e i dispositivi effettivamente non a norma sono stati bloccati». Una difesa, quella di Arcuri, che poco dopo compare trascritta integralmente su alcuni siti e - attacca FdI - «diffusa via Whatsapp», pur non essendo stata depositata in Commissione. Circostanza «estremamente grave», sferzano i capigruppo meloniani Bignami e Malan che chiedono «un approfondimento da parte dei Presidente delle Camere», anche sul fatto che - rintuzzano ancora dal partito di Meloni - il contenuto dell'audizione sarebbe stato «condiviso» prima con alcuni parlamentari di centrosinistra. «Arcuri ha scambiato la Commissione per un'aula di tribunale, ha prodotto una vera e propria arringa difensiva ma ha evitato di entrare nel merito», punta il dito sempre da FdI Alice Bonguerrieri. I lavori della Commissione intanto proguono: il 4 agosto verrà ascoltato proprio Giuseppe Conte. I 5S non vedono l'ora: «Il velo sarà definitivamente tolto - spiegano i pentastellati - Conte chiede a gran voce da anni di essere ascoltato, ma la maggioranza ha messo i bastoni fra le ruote per poterlo accusare di voler scappare». E ancora: «È stato chiaro fin dall'inizio che la Commissione sarebbe stata una clava e che nulla aveva a che vedere con la necessità di giustizia. Ma ci avviciniamo alla fine di questo circo».