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Sostenibilità della fruizione: il principio da introdurre nel Codice dei beni culturali

Дата публикации: 21-07-2026 12:29:00

L'ANGOLO DEI BLOGGER. Ogni museo, monumento, centro storico e palazzo vincolato possiedono una propria soglia di equilibrio. Oltre quella soglia la fruizione non produce più valorizzazione, ma consumo del patrimonio. Non è una questione ideologica. È una questione di responsabilità pubblica. Perché il patrimonio culturale non è una risorsa infinita

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Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è concentrato sull’overtourism. Si è parlato di flussi turistici, di centri storici congestionati, di città trasformate in grandi scenografie per visitatori. Molto meno, invece, ci si è interrogati su una domanda più profonda: quando la fruizione del patrimonio culturale smette di essere una forma di valorizzazione e diventa, essa stessa, un fattore di consumo del patrimonio? Credo sia arrivato il momento di introdurre nel nostro ordinamento un nuovo principio: la sostenibilità della fruizione del patrimonio culturale.

Il Codice dei beni culturali disciplina la tutela e la valorizzazione. Stabilisce come conservare i beni, come renderli accessibili, come promuoverne la conoscenza. Manca però un passaggio fondamentale: affermare che anche la fruizione debba essere sostenibile, cioè compatibile con la conservazione materiale del bene, con la qualità dell’esperienza culturale, con la sostenibilità economica della sua manutenzione e con la permanenza delle comunità che, storicamente, ne hanno garantito la cura.

La sostenibilità della fruizione non significa limitare il diritto dei cittadini ad accedere alla cultura. Al contrario, significa garantire che quel diritto possa essere esercitato anche dalle generazioni future. Abbiamo già esempi che dimostrano come questo principio esista, seppure in modo implicito. La Galleria Borghese, ad esempio, proprio per la sua conformazione, ha scelto da tempo il numero contingentato degli ingressi. Non si tratta soltanto di proteggere le opere d’arte. Si tutela anche la qualità della visita, evitando che l’esperienza culturale venga compromessa da un eccessivo affollamento. In altre parole, si riconosce che ogni bene culturale possiede una propria capacità di carico.

Lo stesso ragionamento dovrebbe essere esteso ai nostri centri storici e, in particolare, ai palazzi sottoposti a vincolo. Per troppo tempo abbiamo pensato che un edificio storico fosse tutelato semplicemente impedendo modifiche alle facciate, agli affreschi o alle strutture portanti. Oggi questo non basta più.

Un palazzo del Seicento conserva il proprio valore culturale non soltanto perché mantiene intatti i suoi elementi architettonici, ma anche perché continua a essere abitato secondo modalità compatibili con la sua natura. Scale in pietra consumate da secoli di utilizzo, ascensori storici, portoni monumentali, impianti delicati, cortili e spazi comuni costituiscono un organismo complesso, la cui conservazione dipende anche dal modo in cui viene vissuto quotidianamente.

La crescente diffusione delle locazioni turistiche brevi pone una questione nuova. Non si tratta di demonizzare i B&B o l’ospitalità diffusa, che rappresentano una componente importante dell’economia urbana. Il problema nasce quando la loro concentrazione supera una soglia oltre la quale cambia la funzione stessa dell’edificio.

Il continuo ricambio degli ospiti determina un’intensità d’uso molto diversa rispetto a quella residenziale: valigie trascinate lungo scale storiche, portoni aperti e chiusi centinaia di volte al giorno, serrature sostituite con maggiore frequenza, ascensori sottoposti a un utilizzo intensivo, impianti idraulici e fognari progettati per un’altra epoca sottoposti a carichi sempre maggiori. Sono piccoli gesti, apparentemente insignificanti. Ma sommati nel tempo producono un’accelerazione dell’usura.

Esiste poi un altro aspetto, raramente affrontato.La manutenzione dei palazzi storici italiani non è sostenuta dallo Stato. È finanziata, nella maggior parte dei casi, dai proprietari degli appartamenti. Sono loro a farsi carico di restauri, consolidamenti, interventi sulle facciate, sugli impianti, sugli ascensori, sulle coperture e sulle parti comuni. Quando però un edificio vede diminuire progressivamente il numero dei residenti stabili e aumentare quello degli appartamenti destinati all’ospitalità temporanea, si crea un paradosso.

Da una parte cresce l’intensità della fruizione e quindi aumentano i costi di manutenzione. Dall’altra si riduce quella comunità di proprietari-residenti che, storicamente, ha garantito non solo il finanziamento degli interventi, ma anche una quotidiana attività di cura e di vigilanza.

Il risultato è una progressiva erosione della sostenibilità economica della conservazione.

Per questo credo che il legislatore dovrebbe iniziare a ragionare non solo sulla compatibilità urbanistica delle destinazioni d’uso, ma anche sulla compatibilità della fruizione. Così come esiste una valutazione dell’impatto ambientale, potremmo immaginare una valutazione della sostenibilità della fruizione dei beni culturali, capace di misurare quando l’intensità dell’utilizzo supera la capacità di carico del bene.

Ogni museo, ogni monumento, ogni centro storico e ogni palazzo vincolato possiedono una propria soglia di equilibrio, diversa dagli altri. Oltre quella soglia la fruizione non produce più valorizzazione, ma consumo del patrimonio.

Non è una questione ideologica. È una questione di responsabilità pubblica. Il patrimonio culturale non è una risorsa infinita. Non è sufficiente impedirne la demolizione o restaurarne periodicamente le superfici. Occorre preservare anche le condizioni materiali, economiche e sociali che ne rendono possibile la trasmissione. Per questo ritengo che il Codice dei beni culturali dovrebbe accogliere un nuovo principio generale: la fruizione del patrimonio culturale deve svolgersi entro limiti compatibili con la conservazione materiale del bene, con la qualità dell’esperienza culturale, con la sostenibilità economica della sua manutenzione e con la permanenza delle comunità che storicamente ne assicurano la cura.

Sarebbe un’evoluzione naturale del nostro diritto del patrimonio. Dopo la stagione della tutela e quella della valorizzazione, è arrivato il tempo della sostenibilità della fruizione. Perché il patrimonio culturale non si consuma soltanto quando viene trasformato. Si consuma anche quando viene utilizzato oltre la sua capacità di essere custodito.

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