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Eco Ivy a Roma. Ovvero l'arte come elemento essenziale per ristrutturare gli edifici

Дата публикации: 15-07-2026 13:03:00

A Viale Marconi, quartiere romano di Portuense, il murale opera dell’artista Shout (Valerio Prugnola) ricopre per quasi 300 metri quadri una facciata del nuovo studentato. Realizzato con vernici mangia-smog, è stato pensato in fase di ristrutturazione come parte integrante del lavoro stesso, come se non potesse esserci ricostruzione senza che l’arte ne fosse uno strumento consapevole

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Le dimensioni contano. Questa era la frase che dominava sulla locandina di Godzilla, un remake del 1998 con la regia di Roland Emmerich del super classico giapponese datato 1954. Il film, per la cronaca, fu un disastro a livello di critica, tanto da vincere anche un paio di Razzie Award, gli Oscar al contrario per intenderci. Sarà che sulla fantascienza sono di bocca abbastanza buona, ma ricordo che a me tutto sommato non era dispiaciuto. Ma non sono qui per parlare di questo, nello specifico.

Al civico 152 di viale Marconi, nel quartiere Portuense a Roma, c’è uno dei tre ingressi di un palazzo in ristrutturazione che diventerà uno studentato con 420 posti letto. Sullo stesso edificio, lateralmente, è stato già progettato un giardino verticale, che oltre ad avere una finalità estetica e a garantire un’autosufficienza grazie a un sistema di irrigazione autonomo che utilizza le acque pluviali, funge da isolante termico sia in inverno che in estate.

Fin qui in effetti sembra solo un buon progetto di riqualificazione e ricostruzione architettonica di un edificio come se ne vedono tanti.

Se non fosse che, su una delle facciate, quella priva di balconi, è appena comparso un enorme dipinto, un murale di circa 30 metri di altezza per quasi 300 metri quadrati di estensione, uno dei più grandi di Roma. A realizzarlo, in diciassette giorni di lavoro su e giù da un ponteggio a bilancia montato sul terrazzo condominiale a coprire quasi per intero la larghezza della facciata, l’artista romano Shout (Valerio Prugnola).

Il soggetto del dipinto, dal titolo “Eco Ivy”, è stato scelto per comunicare l’unione tra tecnologia e natura, tra il verde e la città e più in generale per rendere visibile attraverso l’estetica dell’arte il concetto di ecologia e sostenibilità con cui sono stati affrontati i lavori di ristrutturazione.

Sulla facciata appare in tutta la sua grandezza un volto di donna mezza umana e mezza bionica circondato da elementi naturalistici, che esce dalla corteccia di un albero ricoperto di fiori e foglie, lo sguardo serio, i colori neutri contrapposti agli elementi organici. L’impatto visivo è notevole. Le vernici utilizzate, per coerenza, sono le ormai celebri mangia smog, le stesse usate ad esempio nel murale di Iena Cruz al porto fluviale, poco distante da viale Marconi.

Tutto bello e tutto giusto, ma se è vero che altezza è mezza bellezza e che per dipingere una parete grande non ci vuole un pennello grande ma un grande pennello, allora è vero che qui siamo di fronte a qualcosa di davvero rilevante… se non fosse che di opere immense su palazzi alti a Roma ce ne sono in quantità, anche di artisti importanti e internazionali.

Qui semmai la cosa che piace è che l’opera non è un abbellimento posteriore, non è una classica commissione di riqualificazione di un edificio malmesso che resta malmesso però con la firma di uno street artist di successo, ma è stata pensata in fase di ristrutturazione come parte integrante del lavoro stesso, come se non potesse esserci ricostruzione senza che l’arte ne fosse uno strumento consapevole.

Non è, insomma, come scegliere semplicemente un quadro da appendere su una parete ridipinta.

Anche qui, non è la prima volta e speriamo che non sarà l’ultima, ma se una coscienza di questo tipo sta prendendo piede, se il ricorso all’arte come elemento essenziale per la ristrutturazione di un edificio sta diventando un’abitudine, è bene sottolineare che si tratta di un percorso virtuoso che va applaudito. In questo caso, inoltre, permette ad un giovane artista di mostrare la sua opera ad un’intera città ed è l’occasione, per noi, di conoscerlo al di fuori dei percorsi canonici, delle fiere e delle gallerie.

E allora, per tornare all’inizio, le dimensioni contano? Quando amplifichi, ingrandisci qualcosa che esiste già in forma più piccola.

Se il punto di partenza è brutto, ingigantisci bruttezza. Ma se, come in questo caso, l’arte è buona, con giuste finalità e qualcosa da dire e da dare, le dimensioni aiutano la virtù ad essere riconosciuta da più lontano.

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