L'ANGOLO DEI BLOGGER. Allo straordinario artigianato tessile sviluppato sulle isole del Sud-Est asiatico è dedicata l'esposizione "Trame" accompagnata da "Woven Threads", catalogo che presenta un’ampia selezione dei maggiori capolavori presenti nelle collezioni dalle quali è nata la mostra
Nel cuore del Sud-Est asiatico si estende un arcipelago formato da regioni vulcaniche, coste aride esposte ai monsoni e piccoli arcipelaghi corallini. È una striscia di terra interrotta lunga quasi 2000 chilometri che comprende oltre 25.000 isole, tra queste le 17.000 che compongono l'Indonesia ne fanno l'entità territoriale più grande e complessa.
Allo straordinario artigianato tessile sviluppato su queste isole il Museo delle Culture di Lugano dedica ora l'esposizione Trame accompagnata da Woven Threads, catalogo che presenta un’ampia selezione dei maggiori capolavori presenti nelle collezioni dalle quali è nata la mostra.
Va detto che negli ultimi tre decenni l'arcipelago è stato investito da un uragano turistico che ha prodotto profondi cambiamenti: da una parte crescita economica creando posti di lavoro negli alberghi, nei ristoranti, nei trasporti, mentre alcune produzioni artigianali locali sono state promosse grazie all'interesse dimostrato dai visitatori.
Dall'altra la costruzione di resort, ville e infrastrutture ha stravolto paesaggi e terreni agricoli creando inusitati problemi ambientali; per le stesse ragioni è andata persa molto dell'autenticità delle culture locali dove tradizioni e rituali millenari sono divenuti spettacoli a uso e consumo dei visitatori.
Bali è l’esempio più evidente: da destinazione relativamente poco conosciuta negli anni Settanta è diventata uno dei principali poli turistici mondiali. Sebbene in misura minore anche aree come Lombok, Flores e Raja Ampat stanno vivendo processi simili.
L'arcipelago indonesiano con le isole di provenienza delle opere esposte ©FCM/MUSEC, Lugano
Anche per questo i tessuti ora esposti al Musec assumono un valore culturale insostituibile, in quanto portatori di tecniche, utilizzi e repertori iconografici scomparsi o profondamente mutati.
Mostra e catalogo si avvalgono di una serie di testi redatti da etnologi, antropologi e biologi che individuano le opere esposte come portatrici di sorprendenti qualità estetiche, ma insieme come punto di accesso privilegiato alla comprensione di sistemi culturali da cui hanno avuto origine.
Sono due le collezioni che hanno permesso al Musec di selezionare un centinaio di pezzi ordinati in un percorso che si presenta tematico e geografico insieme: ambedue costituite prevalentemente nell’ultimo quarto del Novecento, sono però state costruite con intenti differenti.
La collezione di Georges Breguet ha un approccio scientifico alla documentazione dei modi di produzione regionali. Quella di Beatrice Zuellig nasce invece dal piacere per la qualità estetica e la rarità dell’opera tessile, privilegiando manufatti di particolare impatto e complessità tecnica.
Sumbawa occidentale. Popolo Semawa. Cotone misto, coloranti misti. Secondo quarto del XX secolo. Collezione Breguet. ©FCM/MUSEC, Lugano
Complessivamente la mostra presenta circa cento tessuti in un percorso che li affronta utilizzando prospettive intrecciate: materiali, tecniche, funzioni, contesti d'uso, scambi culturali e origini geografiche.
Da Bali a Sumbawa sino a Timor e alle più periferiche tra le isole delle Molucche meridionali l'attività tessile ha definito per millenni identità e appartenenze locali: ai tessuti era affidato il compito di indicare il prestigio aristocratico e il potere politico, ma pure quello di fungere da protezione spirituale per il loro proprietario o per il luogo in cui venivano esposti.
Nelle Molucche meridionali, la frammentazione geografica diventa estrema: le Isole Tanimbar svilupparono tradizioni meno documentate, nelle quali i tessuti mantenevano un forte legame con le pratiche cerimoniali e il rango sociale.
A Bali, lunghi ider-ider ricamati con fili metallici, applicazioni e paillettes decoravano templi e padiglioni rituali.
Tra Bali e Lombok, i grandi poleng cerimoniali realizzati in seta, cotone e filo d'argento combinano una struttura a scacchiera con motivi geometrici policromi associati a funzioni protettive.
A Sumba, lunghe fasce con ricami raffiguranti antenati e animali guardiani, venivano indossate sul petto dai nobili che andavano in battaglia.
Anche a Timor i tessuti mantengono un forte legame con il prestigio dell'aristocrazia guerriera. I copricapi pilu bokof, combinano cotone, seta, perline e fasce intrecciate e ancora oggi sono utilizzati nelle danze rituali dei guerrieri.
Più a est, nelle Molucche meridionali, la frammentazione geografica diventa estrema. Le Isole Tanimbar svilupparono tradizioni meno documentate che restano materia di studi ancora non definitivi
Lau pahudu. Fascia inferiore di una gonna tubolare di nobildonna. Popolo Sumbanese. Cotone filato a mano, coloranti naturali. Collezione Zuellig. ©FCM/MUSEC, Lugano
Attraverso la fitta rete di rotte commerciali (la via della Seta Marittima collegava Cina, India e Medio Oriente) che caratterizza la storia di questo arcipelago sono stati scambiati anche concetti culturali: influenze induiste-buddhiste, cinesi, islamiche e più tardi cristiane si sono succedute e integrate hanno lasciato tracce complesse su questi manufatti che pure per centinaia hanno saputo difendere la loro brillante specificità.
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