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Revelation, l'Apocalisse di Lorenzo Meloni ha la forma di una colonna d'acqua: natura, tecnologia e potere si incontrano

Дата публикации: 07-07-2026 08:57:00

Fino al 2 agosto a Palazzo delle Esposizioni, il fotografo di Magnum Photos porta a Roma un progetto sull'Europa che tiene insieme centrali nucleari, miniere dismesse e laboratori scientifici. Un lavoro che non giudica il progresso, ma ne osserva le contraddizioni: la stessa tecnologia che produce energia può anche controllare, sorvegliare, distruggere 

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Una colonna d'acqua si alza altissima nell'aria, così imponente da sembrare un fenomeno atmosferico. Potrebbe essere un ghiacciaio che si stacca, una nuvola temporalesca colta nell'istante giusto. È invece il getto sollevato da un test su esplosivi, e a fermarlo è Lorenzo Meloni, fotografo di Magnum Photos, in una delle immagini più intense di "Revelation", il progetto che porta ora a Palazzo delle Esposizioni di Roma. È lo scatto che forse riassume meglio tutto il lavoro: qualcosa che sembra naturale ma è artificiale, che attrae lo sguardo e allo stesso tempo racconta una capacità di distruzione. 

Il progetto nasce, racconta Meloni, dopo anni passati a documentare conflitti in prima linea. A un certo punto sente il bisogno di allargare lo sguardo, di spostarsi dagli eventi alle strutture che li rendono possibili: l'energia, l'estrazione delle risorse, la ricerca scientifica, l'industria, le infrastrutture, i luoghi dedicati alla sperimentazione e allo sviluppo degli armamenti. Comincia così a viaggiare in Europa, entrando in luoghi normalmente poco accessibili, per osservare come questi sistemi trasformano la materia, il paesaggio, la vita quotidiana. Da qui nasce anche il titolo, Revelation, dal greco apokálypsis, svelamento: il gesto di rendere visibile ciò che normalmente resta nascosto.

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Meloni, classe 1983, romano, entra a far parte di Magnum Photos nel 2015 come nominee e ne diventa membro effettivo nel 2020. Per oltre un decennio ha documentato i conflitti in Medio Oriente e Nord Africa: la Libia dopo Gheddafi, la Siria, lo Yemen, l'Iraq, la guerra contro l'Isis raccontata da cinque fronti diversi, da Kobane a Mosul. Il suo libro "We Don't Say Goodbye", uscito nel 2022, è stato inserito da Time tra i migliori fotolibri dell'anno. Con "Revelation" cambia obiettivo, senza cambiare sguardo: dai teatri di guerra si sposta sull'Europa, tra centrali nucleari, gallerie del vento, miniere dismesse e laboratori scientifici, per mostrare le infrastrutture che di solito restano fuori campo. La mostra, prodotta da EMERGENCY e curata da Giulia Tornari con l'Associazione Culturale Zona, è ospitata nella Sala Fontana di Palazzo delle Esposizioni dal 3 luglio al 2 agosto, a ingresso gratuito, all'interno della campagna R1PUD1A dedicata all'articolo 11 della Costituzione. Ne abbiamo parlato con l'autore.

Da dove nasce Revelation e come si è sviluppato nel tempo?

Revelation nasce dopo molti anni trascorsi a fotografare guerre. A un certo punto ho sentito il bisogno di risalire alle radici di ciò che avevo documentato. Il campo di battaglia è il luogo in cui le conseguenze diventano visibili, ma prima del fronte esistono infrastrutture, risorse, tecnologie e processi industriali che contribuiscono a renderle possibili. Ho quindi iniziato a lavorare in diversi luoghi d’Europa, entrando in centrali, miniere, laboratori scientifici, impianti industriali e infrastrutture militari. Ho fotografato un mondo che scava, estrae, misura, produce, sperimenta, arma e smantella. Il progetto si è sviluppato progressivamente, mettendo in relazione luoghi e processi apparentemente distanti, dalla produzione e dallo sfruttamento delle risorse fino al tentativo di gestirne le conseguenze.

Quali luoghi e quali temi mette in relazione il progetto?

Il progetto mette in relazione luoghi apparentemente lontani: una grotta, una centrale nucleare, una serra scientifica, un tunnel del vento, una miniera, un'eruzione vulcanica o un impianto industriale. Non mi interessa descrivere ogni luogo separatamente. Mi interessa il punto in cui questi processi si toccano: dove l'estrazione diventa energia, l'energia diventa tecnologia, la tecnologia diventa controllo sulla materia.

Cosa vuole raccontare?

Revelation nasce da una domanda semplice: che cosa costruiamo e a quale scopo. Abbiamo creato sistemi capaci di trasformare il paesaggio, produrre energia, sviluppare tecnologie sempre più sofisticate. Fotografarli significa anche riconoscere la capacità umana di immaginare e costruire. Allo stesso tempo, mi interessano le contraddizioni che convivono in questi luoghi. La stessa infrastruttura costruita per comprendere e perfezionare il volo può contribuire allo sviluppo di missili capaci di trasportare una testata nucleare. Per preservare la biodiversità ricostruiamo artificialmente ecosistemi all’interno di strutture chiuse e controllate. Le tecnologie necessarie alla transizione energetica dipendono da nuove estrazioni e da ulteriori trasformazioni del territorio. Anche se molte immagini possono apparire futuristiche, ciò a cui penso sono soprattutto i "futuri perduti": possibilità collettive che avevamo immaginato e che abbiamo progressivamente smesso di considerare realizzabili. Le nostre capacità tecniche continuano ad aumentare, ma i fini verso cui vengono indirizzate e l’idea di progresso che le orienta sembrano rimanere sostanzialmente gli stessi. Attraverso le immagini, oltre a mostrare luoghi perlopiù inaccessibili, cerco anche di interrogarmi su questo paradosso: abbiamo perfezionato gli strumenti con cui trasformare il mondo, ma non sembra essere aumentata allo stesso modo la nostra capacità di immaginare alternative.

C'è una fotografia che rappresenta la porta d'ingresso ideale alla storia?

Non c’è una fotografia che considero più importante delle altre, né dal punto di vista estetico né per il suo significato. Ogni immagine ha un ruolo nella costruzione della visione complessiva del progetto. Se però devo indicarne una capace di riunire diversi elementi di Revelation, sceglierei quella della colonna d’acqua, prodotta durante un test di esplosivi subacquei. È un’immagine da un certo punto di vista esteticamente affascinante, ma allo stesso tempo legata al pericolo e alla capacità di distruzione. Qualcosa che sembra naturale, ma è prodotto artificialmente; che attrae lo sguardo, ma nasce da un processo distruttivo. Molte immagini di Revelation funzionano proprio attraverso questa ambiguità.

Come Revelation è legato all'attualità?

Revelation è legato all’attualità perché osserva le strutture che stanno dietro alle notizie che vediamo ogni giorno. La transizione energetica e la crisi climatica dipendono dalla stessa competizione per le risorse che, altrove, alimenta le guerre e la corsa agli armamenti: gli stessi giacimenti, le stesse infrastrutture estrattive, le stesse decisioni politiche che trasformano concretamente i territori. Il progetto non fotografa necessariamente gli effetti visibili di queste crisi, ma cerca di mostrare anche i luoghi e i sistemi attraverso cui vengono prodotte, gestite o affrontate.

Quali connessioni esistono tra energia, tecnologia, risorse e conflitti?

Il controllo delle risorse e dell'energia è da sempre una delle basi del potere. Oggi questo legame è ancora più evidente. L’accesso all’energia e alle risorse condiziona le alleanze, le dipendenze tra Paesi e molti degli equilibri geopolitici. Le innovazioni scientifiche e tecnologiche hanno spesso una natura duale: possono produrre benefici civili, ma anche essere impiegate per la sorveglianza, il controllo e lo sviluppo militare.

Cosa perdiamo quando i progetti fotografici di lungo periodo non vengono più prodotti o pubblicati?
Perdiamo la possibilità di osservare i fenomeni oltre il ritmo della cronaca. Un progetto fotografico richiede tempo, ricerca e presenza sul campo. Permette di seguire le trasformazioni, mettere in relazione luoghi ed eventi distanti e costruire una memoria che non dipenda soltanto dall’urgenza del presente. Quando questo spazio scompare, l’informazione diventa più rapida ma anche più frammentaria: vediamo più immagini, ma comprendiamo meno.

Qual è il rischio per l'informazione?
Il rischio è che la rappresentazione del mondo venga lasciata quasi interamente alle istituzioni, alle aziende, agli eserciti e alle piattaforme digitali. Il presente viene già raccontato attraverso semplificazioni e opposizioni nette: vittima e carnefice, giusto e sbagliato, inferni e paradisi. Questo tipo di racconto produce reazioni immediate, traffico e visibilità, lasciando più spazio al giudizio che alla complessità. I progetti indipendenti e di lungo periodo possono invece mostrare le contraddizioni, aprire dubbi e lasciare tempo alla riflessione. È uno spazio sempre più difficile da sostenere in una società che privilegia la velocità e l’immediatezza. Ma senza questo spazio non perdiamo soltanto delle immagini: perdiamo una parte della nostra capacità di comprendere e interrogare il presente.

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