Si rafforzano a vicenda la musica e l'archeologia quando possono suonare e cantare insieme. Quando l'estate musicale di Santa Cecilia e del Teatro dell'Opera sceglie la Basilica di...
Si rafforzano a vicenda la musica e l'archeologia quando possono suonare e cantare insieme. Quando l'estate musicale di Santa Cecilia e del Teatro dell'Opera sceglie la Basilica di Massenzio e il Circo Massimo come set, come spartito, come salto nel futuro - e Roma questo è l'avvenire che poggia su radici profonde - che si riallaccia alla grande stagione in cui la Capitale inventò le nottate estive per se stessa, e fu una rivoluzione culturale e sociale, e diventò modello, do you remember l'assessore Renato Nicolini?, per l'intrattenimento e riscoperta degli spazi pubblici tra limonate e zanzare per molte città italiane, e anche straniere.
La magia è tornataTutto cominciò allora, nel 1977, con un grande schermo per il cinema all'aperto fino a notte fonda a Massenzio: il successo fu subito travolgente. Poi vennero il teatro per strada, i reading di poesia in spiaggia a Castel Porziano, le mostre, le performance. L'Estate romana fece talmente scuola che non si può idealmente e anche dal punto di vista degli spazi non ricollegare a quella riappropriazione e riscrittura della Capitale - finalmente gli anziani non più soli in città, ma circondati da artisti e performer, i ragazzi che si dicevano vicendevolmente spesso in slang: «Me tocca resta' a Roma a studia' co' 'sta calla, ma almeno la sera me sparo n'concerto» - ciò che sta accadendo e che promette di accadere adesso. L'altra sera, per esempio, è stata una meraviglia la Traviata dentro e fuori.
L'opera all'apertoAll'interno di un teatro - il Costanzi, con il soprintendente Francesco Giambrone, Harvey Keitel, Daphna Kastner e contemporaneamente in piazza di Spagna con una proiezione gratuita. E le musiche del Gladiatore, composte da Hans Zimmer, in questi giorni al Circo Massimo?
La grande intuizione di Nicolini ci ha insegnato, tra i '70 e la metà degli '80 ma ora per fortuna ci risiamo, che stare a Roma d'estate può essere un piacere, spesso lo è se la Basilica di Massenzio concede se stessa, che il vuoto si può riempire con l'arte e con le avanguardie, che il Tevere - le rassegne sul fiume cominciarono allora - è vivibile se lo si rende ospitale pur sotto la canicola, che Roma è Roma e suona meglio se accompagnata, come nel film muto «Napoleon» di Abel Gance a suo tempo proiettato nel Foro Romano, da splendide suonate di pianoforte dal vivo.
Questa Roma qui e quella Roma lì. Continuità e sviluppo. Secondo una linea che fu di Nicolini e di Gianni Borgna e adesso resta valida come lo è stata prima: la cultura, alta, bassa, di nicchia o pop, non va in vacanza. E a quei tempi, non dissimili in questo dai nostri tempi, quando le città hanno cominciato a non essere più chiuse per ferie, perché la crisi economica e la seguente contrazione dei consumi le avevano giocoforza accorciate, l'idea che ci fosse qualcosa da fare o da vedere iniziò a radicarsi nella gente. Roma città che si trasforma continua insomma a vivere e a rinnovare una sua scelta che è stata quella di utilizzare spazi urbani e architettonici non nati per essere destinati ai concerti classici o agli spettacoli in generale, alle mostre, al cinema, ai reading di poesia, dando così la possibilità ai cittadini di vivere un'esperienza spazio-temporale nuova, guardando con occhi differenti a piazze, basiliche, parchi, centro e periferia.
Dal Festival dei poeti sulla spiaggia di Castel Porziano, al Capodanno dell'82 all'interno del tunnel del traforo, una Roma situazionista vedemmo. Ed è bello sentirne tuttora l'eco. La Roma antica su cui puntano Santa Cecilia e il Teatro dell'Opera è la Roma di Massenzio 80.
Melting potE se sono stati gli anni dell'Estate Romana un laboratorio di melting pot, anche questo luglio-agosto 2026 lo sarà. I due poli della città, centro e periferia, cominciarono a entrare in contatto in senso antropologico, si contaminarono le aree perché chi voleva assistere a qualcosa, dovunque abitasse, era costretto, felicemente costretto, a transumanze culturali. E tutto ciò si realizzava due anni prima dell'uscita del saggio «La condition postmoderne» di Jean-Frangois Lyotard, che su queste pratiche di integrazione fonda le sue idee. Tante Rome diverse si incontravano, forse per la prima volta, per usufruire insieme dello stesso evento culturale.
L'Estate Romana, insomma, ha cambiato abitudini, percezioni, costumi, e lo ha fatto naturalmente, senza che molti se ne accorgessero. E quando a Nicolini rimproveravano, per la sovrabbondanza di spettacoli anche leggeri, di essere il grande sponsor della «cultura dell'effimero», lui - di professione architetto prima ancora che politico di sinistra e assessore alla cultura - non si scomponeva: «L'avvenimento effimero è quello che lascia dei segni nella nostra memoria, nelle nostre emozioni, nelle nostre passioni. Credo che sia necessario accettare il fatto che la nostra vita sia effimera, che le cose cambiano, per riuscire a mantenere il senso».
Allora come oggi, c'è il "meraviglioso urbano" come terapia: ossia la classica a Massenzio e al Circo Massimo sono iniziative che partecipano, incentivandolo, a quel bisogno di sconfiggere la paura collettiva rioccupando il centro storico di notte. Ma soprattutto ospitare uno spettacolo in luoghi maestosi, e qui ce ne sono tanti, non ne abbassa il rango ma ne approfondisce lo splendore.