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Smart working, in Italia è quasi sparito dopo il Covid: classifica Ue del lavoro da remoto

Дата публикации: 23-06-2026 08:13:31

Il nostro Paese è terzultimo nella graduatoria dell'Ue. Secondo Eurostat, da noi solo una piccola quota di occupati lavora prevalentemente da casa. Il divario con i Paesi del Nord è abissale

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Lo smart working continua a perdere terreno in Italia. E lo sta facendo in maniera inedita. Dopo il boom registrato durante gli anni della pandemia Covid, il lavoro da remoto è tornato ai suoi livelli minimi. Secondo gli ultimi dati pubblicati da Eurostat, nel 2025 soltanto il 2,7% degli occupati del nostro Paese ha lavorato prevalentemente da casa, una delle percentuali più basse dell’intera Unione europea.

Il dato conferma una tendenza che si osserva ormai da diversi anni. Se durante il Covid il telelavoro era diventato una necessità per milioni di dipendenti, oggi molte aziende hanno riportato il personale in presenza o adottato formule ibride che prevedono solo alcuni giorni al mese lontano dall’ufficio. Il risultato è che l’Italia si ritrova nettamente indietro rispetto ai principali Paesi dell’Ue.

La classifica europea dello smart working: Italia terzultima

I numeri diffusi da Eurostat mostrano con chiarezza il divario esistente tra l’Italia e gli altri Paesi europei. Nel 2025 il primato spetta alla Finlandia, dove il 20,5% degli occupati lavora abitualmente da casa. Seguono Irlanda con il 19,2%, Lussemburgo con il 17,4% e Belgio con il 17,3%.

La valenza negativa dell’esempio italiano emerge ancor più se lo si compara a quello di economie comparabili alla nostra, che registrano percentuali molto più elevate. In Germania la quota di lavoratori impiegati prevalentemente da remoto raggiunge il 13%, mentre in Francia si attesta all’11%. Nei Paesi Bassi il dato sale all’11,3%.

Persino la Spagna, spesso utilizzata come termine di paragone dal punto di vista di struttura economica e tessuto produttivo, registra una diffusione dello smart working pari al 7,9%. Un dato quasi tre volte superiore a quello italiano.

Con il 2,7%, il nostro Paese si colloca nella parte bassa della graduatoria europea, lontana non solo dai Paesi del Nord ma anche da molte altre economie dell’Unione. Basti un paragone per restituire la portata del divario: il dato italiano è oltre sette volte inferiore a quello della Finlandia, leader europeo dello smart working. Ecco di seguito la classifica completa:

  • Finlandia: 20,5%
  • Irlanda: 19,2%
  • Belgio: 13,2%
  • Germania: 13%
  • Malta: 12,5%
  • Svezia: 12,4%
  • Olanda: 11,3%
  • Lussemburgo: 11,2%
  • Francia: 11%
  • Austria: 10,8%
  • Portogallo: 8,9%
  • Islanda: 8%
  • Spagna: 7,9%
  • Danimarca: 7,6%
  • Svizzera: 7,2%
  • Repubblica Ceca: 6,6%
  • Polonia: 6,1%
  • Norvegia: 5,4%
  • Ungheria: 4,1%
  • Italia: 2,7%
  • Grecia: 2,3%
  • Bulgaria: 1,4%
Perché lo smart working è diminuito dopo la pandemia

La forte crescita del lavoro da remoto tra il 2020 e il 2021 era stata determinata, com’è noto, dalle restrizioni sanitarie e dall’impossibilità di lavorare in presenza.

Terminata la fase emergenziale, molte aziende hanno però progressivamente rivisto la propria organizzazione interna. In numerosi casi il ritorno in ufficio è stato considerato necessario per favorire la collaborazione tra colleghi, la formazione dei nuovi assunti e il coordinamento delle attività.

Migliaia di imprese hanno optato per modelli ibridi, con alcuni giorni in presenza e altri da remoto. Tuttavia, i dati Eurostat considerano i lavoratori che operano prevalentemente da casa e non intercettano completamente chi utilizza formule miste. Questo spiega in parte il calo statistico relativo alle tabelle degli ultimi anni. Resta in ogni caso innegabile che il ricorso allo smart working in Italia sia diminuito in misura più marcata rispetto ad altri Paesi europei.

In quali settori resiste lo smart working in Italia

Va da sé che lo smart working non è scomparso. Piuttosto si è concentrato in specifici settori e categorie professionali. Secondo le analisi dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, il lavoro da remoto continua a essere più diffuso nelle grandi imprese, nelle multinazionali e nelle attività ad alta qualificazione professionale.

Manager, professionisti del digitale, consulenti, lavoratori del settore finanziario e dei servizi avanzati sono le categorie che più frequentemente continuano a usufruire di modalità flessibili.

Diversa la situazione per molte piccole e medie imprese italiane, che rappresentano la spina dorsale del sistema produttivo nazionale. In queste realtà il ritorno al lavoro in presenza è stato spesso quasi completo.

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