Oggi la Gran Bretagna avrà il settimo premier in dieci anni. Un fatto non banale se si pensa che nei quarant?anni precedenti aveva avuto solo sei inquilini di Downing Street. Per di...
Oggi la Gran Bretagna avrà il settimo premier in dieci anni. Un fatto non banale se si pensa che nei quarant’anni precedenti aveva avuto solo sei inquilini di Downing Street. Per di più di quei sette alcuni erano personaggi piuttosto anomali, da Boris Johnson con i suoi pasticci privati durante il Covid (per tacere di altri episodi), all’ineffabile Liz Truss, primo ministro conservatore rimasto in carica 44 giorni e rimossa per l’annuncio di un piano finanziario fallimentare.
Stiamo parlando del Paese che dalla fine del Settecento in poi era comunemente considerato il modello del costituzionalismo moderno, che aveva insegnato all’Occidente le virtù del bipartitismo con l’alternanza al potere di due grandi partiti in un quadro in cui chi deteneva il potere era il governo di Sua Maestà Britannica, ma chi lo contrastava era l’opposizione di sua Maestà Britannica: cioè tanto gli uni quanto gli altri erano pilastri legittimati e funzioni essenziali del sistema costituzionale.
Si può ironizzare, e da tempo più d’uno lo ha fatto, sul tramonto della “merry old England” (la vecchia felice Inghilterra), ma quel che sta accadendo a Londra e dintorni è uno dei sintomi del mutamento, ormai definitivo, di alcune storiche coordinate del costituzionalismo occidentale, un fenomeno che oramai, come è sotto gli occhi di tutti con l’esperienza della presidenza Trump, coinvolge anche quell’evoluzione oltre Atlantico del costituzionalismo inglese che erano gli Stati Uniti d’America.
Con la crisi che ha portato al potere l’ex sindaco di Manchester Andy Burnham assistiamo a qualcosa che da qualche punto di vista chiama in causa il nostro sistema politico italiano e anche quello europeo. Innanzitutto arriva alla premiership un politico a cui è chiesto di affrontare, questa volta piuttosto palesemente, la crisi di identità del suo paese. Tramontati tutti i surrogati di quello che un tempo fu lo “splendido isolamento” di una nazione che sotto sotto non aveva mai finito di considerarsi “imperiale”, da distinguersi per questo dagli stati europei e da considerarsi punto di riferimento degli USA, resta un Paese pieno di problemi. È alle prese con temi di declino economico (il suo potere di centro finanziario è in crisi e non serve più a bilanciare la sua marginalizzazione nell’economia industriale), di inflazione, di rinascenti conflitti razziali nonostante abbia una lunga storia di integrazione di etnie post coloniali (il sindaco di Londra, Sadiq Khan è figlio di immigrati pakistani; premier era stato abbastanza di recente Rishi Sunak, di origini indiane, tanto per citare due casi illustri), nonché questioni di squilibri sociali che pesano. Tutti fattori che hanno lanciato sulla scena politica britannica una destra populista e xenofoba che si teme seriamente possa guadagnare forse il governo, ma sicuramente un peso politico di grande rilievo.
Il nuovo premier è chiamato da oggi a confrontarsi con due grandi sfide parallele. La prima è di carattere socio-economico. Per fronteggiare i problemi di immiserimento che non sono secondari il nuovo premier lascia intendere che rilancerà un programma di welfare a cominciare dall’edilizia popolare, che nell’immediato secondo dopoguerra fu uno dei fattori portanti della rinascita britannica. Peccato che la situazione della finanza pubblica sia in cattive condizioni, con un deficit molto sensibile, mentre la sinistra del suo partito, ma non solo, preme per un incremento della spesa pubblica e le componenti più prudenti temono che se così si facesse andrebbe a discapito della residua tenuta della sterlina come moneta con ancora una sua posizione nel mercato finanziario. Aggiungiamoci che anche a Londra e dintorni ci si deve misurare con un sistema crescente di autonomie locali (quella che un tempo era la famosa “devolution”), cioè un quadro che non semplifica certo la gestione centralizzata di politiche di riforma.
La seconda sfida riguarda la politica estera. Lo si voglia o meno la Gran Bretagna ha ripreso un ruolo nella corrente crisi internazionale, soprattutto per quel che riguarda la questione ucraina. Starmer con Macron e Merz si era posto alla guida dei cosiddetti volonterosi e si tratta di una nazione che è pur sempre tanto uno dei membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’ONU quanto una potenza nucleare che ha un sistema di forze armate molto efficiente.
Si tratta però di una posizione che, persa la sponda americana, si può far valere solo a livello europeo. Ma la Gran Bretagna è uscita dalla UE.
È vero che oggi l’opinione pubblica britannica si è in grande maggioranza pentita di quella scelta insensata e che Burnham vorrebbe riannodare i nodi con Bruxelles, ma questo richiederebbe un nuovo referendum che non è possibile fare in tempi brevi e che comunque dovrebbe affrontare il rischio dello scontro con i populisti di Farage e del suo partito, che sono fieramente anti europei e ancor più demagogicamente ostili a qualsiasi investimento nella politica estera.
Come si vede il quadro non è troppo differente dalla situazione con cui si fanno i conti in Europa e forse ci può essere di conforto constatare che nonostante tutto in Italia non siamo tra quelli messi peggio. Proprio per questo però varrebbe la pena di avere un occhio attento a quel che avviene nella non più perfida Albione: dalle risposte che si troveranno nei diversi paesi alle grandi sfide poste dall’evoluzione dei sistemi costituzionali europei ci sarà sempre da imparare. Non per copiare pedissequamente, ma per trarre spunti per ispirazioni e distinzioni.
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