L'Europa, come visto nelle ultime ore, è stretta in una morsa rovente che non accenna a dare tregua e che sta inesorabilmente prosciugando l'intero bacino padano. In questo...
L'Europa, come visto nelle ultime ore, è stretta in una morsa rovente che non accenna a dare tregua e che sta inesorabilmente prosciugando l'intero bacino padano. In questo fine settimana, l'Italia è e sarà costretta a fronteggiare condizioni meteorologiche estreme e soffocanti: si tratta della propagazione verso est di una devastante ondata di calore che, nell'Europa occidentale, è già stata collegata a centinaia di decessi dopo aver infranto record termici ben al di sopra dei 40°C. Un fenomeno che non ha nulla di naturale, come si è detto ai tavoli degli esperti. Secondo gli scienziati, infatti, questa anomalia sarebbe stata "virtualmente impossibile" senza il cambiamento climatico di origine squisitamente umana, un fattore che ha reso le temperature notturne di questa settimana 100 volte più probabili rispetto a soli due decenni fa.
L'Italia ora si trova davanti a scelte molto complesse da prendere in ore estremamente tese, soprattutto in vigore della paura diffusa della siccità, la quale, viste le odierne condizioni chiaramente preoccupanti del Po, sembra essere più una questione di tempo che di possibilità.
Bollino rosso in 18 città: picchi di 39-40 gradiLe conseguenze sulla salute e sul territorio sono immediate. Il Ministero della Salute italiano ha diramato per sabato e domenica l'allerta di livello massimo, il bollino rosso, in ben 18 città della penisola. Tra i centri urbani dove l'emergenza afa morde di più figurano Milano, Roma, Torino, Venezia, Genova, Firenze e Bologna. In alcune aree, i termometri sono destinati ad arrampicarsi fino a toccare picchi di 39/40°C.
L'allarme dell'ANBI: il collasso del bacino del PoA fare da contraltare al cielo rovente c'è la terra che si secca, facendo tornare drammaticamente concreto il timore di un'estate a fortissimo rischio idrico per il bacino del Po. A lanciare l'allarme è l'Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche: in un fine settimana in cui le regioni del Centro-Nord vedono le massime superare agilmente i 35°, la vera anomalia si registra in alta quota, dove si stanno raggiungendo livelli di calore identici a quelli delle località di pianura.

I dati sui flussi del "Grande Fiume" sono già fortemente deficitari e tristemente preoccupanti. A Torino manca attualmente il 58% della portata. Scendendo lungo il corso d'acqua, al rilevamento mantovano di Borgoforte il fiume è crollato dagli 875,11 metri cubi al secondo di soli sette giorni fa agli attuali 383,25 mc/s, segnando un drammatico deficit del 76% rispetto alla media storica. Più a valle, a Pontelagoscuro, il Po è sceso abbondantemente al di sotto della soglia vitale dei 450 metri cubi al secondo, la portata minima necessaria per contrastare l'intrusione salina.
Grandi laghi sotto la mediaNon va meglio sul fronte lacustre. Ad eccezione del Lago d'Iseo, i livelli dei grandi bacini del Nord sono tornati a sprofondare al di sotto delle medie storiche. Il Verbano è attualmente pieno solo al 70,8%, il Lario si ferma al 74,7% e il Benaco al 76,4%. L'unica altra eccezione positiva è rappresentata dal Sebino, che regge con un riempimento dell'87,1%.
Il problema anche per l'agricolturaL'ottimismo dei vignaioli italiani in vista di una vendemmia che prefigurava, a partire dal Prosecco, una delle migliori annate degli ultimi trent'anni, si sta spegnendo sotto le temperature torride di questi giorni. Per il famoso vino, infatti, è il grido di allarme di Sandro Bottega, Amministratore delegato di Bottega Spa, a preoccupare: «Questi ultimi giorni, caratterizzati da una prolungata ondata di calura estrema, stanno causando un rallentamento del processo di maturazione con il rischio che i profumi dell'uva si alterino o quantomeno non si sviluppino adeguatamente».
La crisi idrica tra Piemonte, Lombardia e VenetoLa crisi idrologica colpisce a tappeto tutte le regioni del bacino. In Piemonte, i dati ARPA testimoniano come la mancanza di neve in quota stia compromettendo i deflussi dei fiumi maggiori durante questa stagione calda e di stabilità atmosferica. Il caso del fiume Tanaro è emblematico: nella sezione di Montecastello scorrono appena 11,1 metri cubi al secondo, a fronte di deflussi normali che dovrebbero superare i 106,5 mc/s, fattore che mette in luce una mancanza di circa il 90% dell'acqua. Fortemente deficitari sono anche i flussi di Stura di Demonte, Stura di Lanzo e Toce.
In Lombardia, le riserve idriche ammontano a 1.686 milioni di metri cubi, risultando inferiori del 26,5% rispetto alla media storica. Il colpevole principale è anche qui la carenza di neve, più scarsa del normale di oltre il 66%.

Nel Veneto c'è un unico segnale positivo, ovvero la performance settimanale del fiume Adige, tornato a crescere dopo settimane di ristagno. All'appello manca però ancora il 46% della sua portata media. Il resto del reticolo idrografico regionale annaspa in profondo rosso: sono in grave deficit la Livenza (-48%), il Brenta (-58%), il Bacchiglione (-63%) e il Piave (-39%).
L'anomalia del 2026: perché accade e cosa rischiamoLa genesi di questa grave siccità nel 2026 affonda le radici in una combinazione climatica estrema e nell'assenza di un'infrastruttura adeguata. Dopo un autunno e un inverno eccezionalmente miti, l'intero arco alpino si è ritrovato senza il suo "serbatoio" di neve, azzerando di fatto il prezioso apporto idrico generato dal disgelo primaverile ed estivo. Le piogge arrivate sul bacino, per quanto a tratti intense, non sono state trattenute per la cronica carenza di invasi territoriali, finendo rapidamente in mare.
Ci troviamo così di fronte a un'Italia spaccata a metà, con il Settentrione sull'orlo del collasso. Le conseguenze di questo scenario sono gravissime: l'abbassamento della portata del Po sta favorendo la risalita del cuneo salino nel Delta, dove l'acqua del mare inquina i campi. Questo costringe i consorzi a fermare l'irrigazione per non bruciare le colture con l'acqua salmastra, mettendo a rischio un terzo dell'intera produzione agroalimentare italiana, concentrata soprattutto nella pianura padana. Il crollo dei livelli idrici innescherà inoltre inevitabili conflitti tra il settore agricolo e quello idroelettrico per l'utilizzo dell'acqua rimasta, con lo spettro peggiore, in caso di contaminazione delle falde, di dover ricorrere al razionamento dell'acqua potabile per i cittadini.