«Non è vero che si diventi homeless per la povertà, o per un disagio psichico. A volte basta avere esperienze molto traumatiche. L?idea di buttarsi per strada, per non...
«Non è vero che si diventi homeless per la povertà, o per un disagio psichico. A volte basta avere esperienze molto traumatiche. L’idea di buttarsi per strada, per non pensare ad altro che trovare un posto dove dormire o rimediare una manciata di cibo, diventa come una scialuppa di salvataggio». Essere o non essere è la terza (e forse ultima) indagine di Andrea Massimi, il “re degli stracci”: ex avvocato incapace di perdonarsi per l’uccisione della moglie e della figlia, avvenuta mentre era a letto con l’amante. L’autore di questa trilogia, Stefano Vicario, è anche sceneggiatore e regista di successo. Figlio d’arte (suo padre era Marco Vicario), è noto per le sue regie di tanti programmi televisivi, e in particolare di Sanremo.
Come si è documentato?
«Per poter scrivere di questo tema, ho parlato anche con dei senzatetto, per capire cosa li muove. Ma non pretendo certo di raccontare i veri homeless».
Il suo re degli stracci è un personaggio molto complesso, ce lo racconta?
«Era un piacione, un avvocato di successo. Ma per il senso di colpa si butta in mezzo alla strada. Abbandonando gli affetti, le responsabilità. Non riesce a tornare alla vita normale, anche se ha un rapporto d’amore fortissimo con questa magistrata, Anna, prima ad arrivare sulla scena del delitto della moglie e della figlia».
Perché un detective così originale?
«Perché ormai indagano tutti - mogli, preti, commissari, carabinieri. Ma un invisibile forse può arrivare dove altri non arrivano. Proprio perché tu non lo vuoi vedere».
I suoi libri diventeranno una serie tv?
«La Palomar ha opzionato i diritti per farne una serie, ma ancora non si sa come e quando questo potrà diventare realtà. La riforma del Tax Credit ha messo in questione tantissime produzioni».
Come si è ispirato?
«Leggendo un articolo di giornale, forse proprio del Messaggero. Pensi che quando ero piccolo, mio padre stava sempre fuori e mia madre (Rossana Podestà, ndr) faceva l’attrice. Nelle estati degli anni Sessanta mio nonno apriva il Messaggero e lo leggeva ad alta voce, in questa casetta al mare. Leggeva la rubrica Avventure in città, in romanesco, con un improbabile accento ligure».
Il suo prossimo progetto?
«Scrivere una storia ambientata a Sanremo, che conosco molto bene».
Lei ha diretto il Festival per nove edizioni.
«In vent’anni e con conduttori diversi. Gli ultimi cinque di Amadeus li ho fatti io. La sfida è raccontare l'ambiente di una regia televisiva. Un ambiente estremamente tecnico, però fascinoso. Conrad parlava di navi, perché era stato un capitano della Marina inglese. Io, invece, conosco bene questo mondo della regia televisiva. Sarà la storia di un ragazzo non riesce a esordire, perché l'Italia non è un paese per giovani, è un paese che mortifica il merito. A un certo punto, decide di fare una cosa terrificante...»
Sarà un thriller?
«Un romanzo di formazione. Ho finito la fase preparatoria. Io uso un metodo da sceneggiatore, comincio a fare una scaletta per avere davanti l’intero arco narrativo della storia».
Com'è stato lavorare a Sanremo?
«È una delle cose più emozionanti che si possano fare in televisione. È importante vedere come un cantante scende la scala. Se inciampa, se è angosciato, se la fa veloce, se la fa gradino per gradino. Ma la macchina non può prevedere prima quali saranno i suoi movimenti. Questo da una parte può essere una cosa meravigliosa. Ma dall’altra, comporta dei rischi. Ho sempre fatto Sanremo staccando le camere a tempo. Diventavo un metronomo, battevo il piede sul pavimento della regia, entrando in una sorta di stato sciamanico».
Ci sono stati imprevisti?
«Quello che ha preso a calci i fiori (Blanco, ndr), il litigio tra Morgan e Bugo, tutte queste cose. L’assistente alla regia diceva: “no, non è questo il testo della canzone.” E poi è successo quello che è successo. E quel bacio di Rosa Chemical e Fedez... Sai che sei in diretta, osi l'innosabile e ne parla tutta Italia».
Un ricordo di Pippo Baudo?
«Non era una persona facile. Amava decidere tutto lui, compresa la posizione delle telecamere. Ma era anche una persona di gran cuore e di grande talento. Poi ho lavorato con Amadeus, che è veramente una persona deliziosa. La Rai avrebbe bisogno di uno come lui».