Le civiltà non scompaiono del tutto quando cadono. Lasciano dietro di sé rovine, leggende e oggetti intrisi del ricordo di chi li ha impugnati, frammenti di vite passate. Ed è proprio attorno a questo concetto così drammaticamente romantico che ruota The Relic: First Guardian. Sviluppatore / Publisher: Project Cloud Games / Perp Games Prezzo: ND Localizzazione: Testi Multiplayer: Assente PEGI: 18 Disponibile su: PC (Steam), PS5 Data di uscita: 31 luglio Stiamo parlando del nuovo action RPG sviluppato dal piccolo team coreano Project Cloud Games, un’avventura single player in terza persona che, prendendo spunto dai soulslike, nel corso di trenta ore tenta di costruire un’esperienza meno frustrante e più accessibile. Sei anni di sviluppo e una dozzina di persone raramente bastano per competere con le produzioni più ricche, infatti i limiti – produttivi e non solo – di The Relic: First Guardian balzano subito all’occhio. Dietro di essi, però, si nasconde un action RPG con una filosofia precisa e una premessa narrativa semplice: Arsilthus è un regno devastato dalla distruzione della Grande Reliquia, l’artefatto che garantiva prosperità ed equilibrio a queste terre. Ciò che rimane sono frammenti di memoria, emozioni e desideri cristallizzati nelle Reliquie. IL RITMO DI THE RELIC: FIRST GUARDIAN Il compito di raccoglierle spetta al giocatore nei panni del Primo Guardiano, risvegliato da una misteriosa ragazza affinché riporti speranza in un mondo in bilico tra rovina e rinascita. Mettiamola così: l’elemento che distingue The Relic: First Guardian dai competitor è il combattimento, non la storia. Sulle prime l’impostazione richiama la scuola FromSoftware tra schivate, parate, attacchi pesanti e boss arcigni, tuttavia pad alla mano una grande differenza emerge subito: la stamina non limita l’offensiva. Colpire non consuma energia, la quale viene intaccata esclusivamente dalle azioni difensive e dalle schivate, mentre le abilità sono regolate da tempi di ricarica.Di conseguenza gli scontri sono assai aggressivi, il gioco spinge a mantenere costantemente l’iniziativa anziché attendere lo spiraglio giusto per colpire. Rinunciando alla precisione, alla screziatura tattica e al rigore tipici dei soulslike tradizionali in favore dell’aggressività e di un approccio per così dire arcade, il combat system risulta sì più immediato ma anche meno tecnico, meno raffinato se vogliamo. Un altro cambiamento rispetto ai souls canonici riguarda la morte, qui priva della consueta componente punitiva. Niente recupero delle risorse con ritorno al luogo del decesso dopo un KO, niente rischio di perdere definitivamente quanto accumulato con un secondo fallimento. Muori? Riparti dall’ultimo punto di respawn pronto a riprovarci ancora e ancora. Ciò consente di vivere l’intera odissea con serenità senza azzerare del tutto il senso della sfida giacché, al netto delle concessioni appena elencate, il viaggio non è mica semplice. Gli oltre settanta Brutals disseminati lungo Arsilthus rappresentano comunque delle prove impegnative, ogni boss è dotato di pattern offensivi specifici, fasi e di una propria caratterizzazione narrativa. Non sono soltanto abomini da abbattere e skill test, ma uomini e donne consumati dalla maledizione che ha devastato il regno, esseri dannati per cui la morte è l’unica liberazione. MEMORIE DA RACCOGLIERE Arsilthus è suddiviso in tre macro regioni collegate tra loro. La struttura semi open world invita ad abbandonare il percorso principale in cerca di anfratti nascosti, bottino e frammenti di memoria con cui potenziare le skill attive equipaggiabili (quattro per ciascuno dei sei gruppi di armi) o i valori del PG. Pur non raggiungendo l’eccellenza in termini di world building e ispirazione, l’esplorazione convince perché ogni deviazione può essere un’occasione per scoprire qualcosa o cacciarsi nei guai. Anche qui si nota qualche ombra, però: l’impossibilità di saltare, alcuni ostacoli insuperabili/indistruttibili e qualche anacronistica barriera invisibile, alla lunga, finiscono per incrinare l’immersione.La crescita del personaggio passa dalle Reliquie. Ognuna offre effetti passivi differenti, modificando abilità, ritmo del combattimento e specializzazione. Più che accumulare livelli e grinding, si deve costruire il proprio stile sperimentando combinazioni e lo stesso vale per l’equipaggiamento. Armi e armature non sono oggetti destinati a essere sostituiti dopo poche ore, ma manufatti unici che custodiscono il ricordo del loro antico proprietario. Il loot assume quindi anche un valore narrativo, uno spunto interessante perché rafforza ulteriormente il tema della memoria attorno cui ruota l’intera produzione. Meglio non aspettarsi troppa varietà né profondità tra dinamiche, statistiche e bonus/malus degli oggetti equipaggiabili, tuttavia. UN’AMBIZIONE PERICOLOSA? La direzione artistica, ispirata al folklore coreano, riesce spesso a costruire scorci suggestivi sfruttando il fascino di un immaginario oscuro. Il problema è rappresentato dal comparto tecnico, almeno per quanto riguarda la review build (è confermata l’immancabile patch del dayone, ndr). Tra sbavature talvolta grossolane, oggetti svolazzanti, nemici che colpiscono attraverso i muri, telecamera matta specie al chiuso, effetti pop-in, texture ballerine, episodi bizzarri, riciclo di asset e bug/glitch assortiti, l’impressione è che sarebbe servito qualche mese di sviluppo e polishing in più. Nonostante i difetti, Project Cloud Games ha provato a realizzare qualcosa di diverso dal solito soulslike copia&incolla e si vede. The Relic: First Guardian prende alcuni elementi di gameplay familiari a tutti, li rende meno frustranti/punitivi e li incastona in una struttura che premia chi adora prendere l’iniziativa, esplorare e sperimentare.Non tutte le idee hanno la stessa efficacia e il combat system è meno elegante delle produzioni FromSoftware, ma il tentativo di non limitarsi a seguire la corrente resta apprezzabile. Chi ha sempre guardato ai soulslike con diffidenza potrebbe trovare in The Relic: First Guardian un compromesso accettabile tra sfida e accessibilità, purché sia disposto a chiudere un occhio su alcune mancanze e una realizzazione tecnica che raramente riesce a tenere il passo con le sue ambizioni. Basterà la patch del day one per salvare Arsilthus? Lo scopriremo molto presto. In Breve: The Relic: First Guardian non è destinato a rivoluzionare il genere e ha diversi problemi, ma possiede abbastanza carattere per provare a ritagliarsi una nicchia di fan tutta sua. Sotto la superficie ruvida di una produzione con svariati limiti, in parte figli delle risorse disposizione e, forse, di troppa ambizione, batte il cuore di un action RPG che prova a raccontare il peso della memoria attraverso il combattimento e l’esplorazione. Lo studio coreano non raggiunge tutti gli obiettivi che si era prefissato, eppure il viaggio ad Arsilthus è qualcosa di più di un semplice pellegrinaggio sulle orme di FromSoftware. Piattaforma di Prova: PC Configurazione di Prova: Ryzen 7 7800X3D, Radeon 7800XT Nitro+ 16 GB, 32 GB RAM DDR5 Come’è, Come Gira: Menu impostazioni insufficiente: risoluzione, V-Sync, limite FPS e modalità schermo sono le uniche opzioni grafiche modificabili, inoltre come metodo di upscaling c’è solo l’XeSS. Giocato in 1440p e 2160p con buona fluidità al netto di qualche calo che dovrebbe sparire al lancio, durante il primo avvio in 4K il gioco è rimasto “incastrato” per svariati minuti prima di sbloccarsi magicamente e permettermi di giocare. Consigliato l’uso di un pad e del viaggio rapido, se si rimane bloccati.
Le civiltà non scompaiono del tutto quando cadono. Lasciano dietro di sé rovine, leggende e oggetti intrisi del ricordo di chi li ha impugnati, frammenti di vite passate. Ed è proprio attorno a questo concetto così drammaticamente romantico che ruota The Relic: First Guardian.
Sviluppatore / Publisher: Project Cloud Games / Perp Games Prezzo: ND Localizzazione: Testi Multiplayer: Assente PEGI: 18 Disponibile su: PC (Steam), PS5 Data di uscita: 31 luglio
Stiamo parlando del nuovo action RPG sviluppato dal piccolo team coreano Project Cloud Games, un’avventura single player in terza persona che, prendendo spunto dai soulslike, nel corso di trenta ore tenta di costruire un’esperienza meno frustrante e più accessibile.
Sei anni di sviluppo e una dozzina di persone raramente bastano per competere con le produzioni più ricche, infatti i limiti – produttivi e non solo – di The Relic: First Guardian balzano subito all’occhio. Dietro di essi, però, si nasconde un action RPG con una filosofia precisa e una premessa narrativa semplice: Arsilthus è un regno devastato dalla distruzione della Grande Reliquia, l’artefatto che garantiva prosperità ed equilibrio a queste terre. Ciò che rimane sono frammenti di memoria, emozioni e desideri cristallizzati nelle Reliquie.
IL RITMO DI THE RELIC: FIRST GUARDIANIl compito di raccoglierle spetta al giocatore nei panni del Primo Guardiano, risvegliato da una misteriosa ragazza affinché riporti speranza in un mondo in bilico tra rovina e rinascita. Mettiamola così: l’elemento che distingue The Relic: First Guardian dai competitor è il combattimento, non la storia. Sulle prime l’impostazione richiama la scuola FromSoftware tra schivate, parate, attacchi pesanti e boss arcigni, tuttavia pad alla mano una grande differenza emerge subito: la stamina non limita l’offensiva. Colpire non consuma energia, la quale viene intaccata esclusivamente dalle azioni difensive e dalle schivate, mentre le abilità sono regolate da tempi di ricarica.
Il gioco spinge a mantenere costantemente l’iniziativa anziché attendere lo spiraglio giusto per colpire
Di conseguenza gli scontri sono assai aggressivi, il gioco spinge a mantenere costantemente l’iniziativa anziché attendere lo spiraglio giusto per colpire. Rinunciando alla precisione, alla screziatura tattica e al rigore tipici dei soulslike tradizionali in favore dell’aggressività e di un approccio per così dire arcade, il combat system risulta sì più immediato ma anche meno tecnico, meno raffinato se vogliamo.
Un altro cambiamento rispetto ai souls canonici riguarda la morte, qui priva della consueta componente punitiva. Niente recupero delle risorse con ritorno al luogo del decesso dopo un KO, niente rischio di perdere definitivamente quanto accumulato con un secondo fallimento. Muori? Riparti dall’ultimo punto di respawn pronto a riprovarci ancora e ancora. Ciò consente di vivere l’intera odissea con serenità senza azzerare del tutto il senso della sfida giacché, al netto delle concessioni appena elencate, il viaggio non è mica semplice. Gli oltre settanta Brutals disseminati lungo Arsilthus rappresentano comunque delle prove impegnative, ogni boss è dotato di pattern offensivi specifici, fasi e di una propria caratterizzazione narrativa. Non sono soltanto abomini da abbattere e skill test, ma uomini e donne consumati dalla maledizione che ha devastato il regno, esseri dannati per cui la morte è l’unica liberazione.
MEMORIE DA RACCOGLIEREArsilthus è suddiviso in tre macro regioni collegate tra loro. La struttura semi open world invita ad abbandonare il percorso principale in cerca di anfratti nascosti, bottino e frammenti di memoria con cui potenziare le skill attive equipaggiabili (quattro per ciascuno dei sei gruppi di armi) o i valori del PG. Pur non raggiungendo l’eccellenza in termini di world building e ispirazione, l’esplorazione convince perché ogni deviazione può essere un’occasione per scoprire qualcosa o cacciarsi nei guai. Anche qui si nota qualche ombra, però: l’impossibilità di saltare, alcuni ostacoli insuperabili/indistruttibili e qualche anacronistica barriera invisibile, alla lunga, finiscono per incrinare l’immersione.
L’esplorazione è convincente perché ogni deviazione può essere un’occasione per scoprire qualcosa
La crescita del personaggio passa dalle Reliquie. Ognuna offre effetti passivi differenti, modificando abilità, ritmo del combattimento e specializzazione. Più che accumulare livelli e grinding, si deve costruire il proprio stile sperimentando combinazioni e lo stesso vale per l’equipaggiamento. Armi e armature non sono oggetti destinati a essere sostituiti dopo poche ore, ma manufatti unici che custodiscono il ricordo del loro antico proprietario. Il loot assume quindi anche un valore narrativo, uno spunto interessante perché rafforza ulteriormente il tema della memoria attorno cui ruota l’intera produzione. Meglio non aspettarsi troppa varietà né profondità tra dinamiche, statistiche e bonus/malus degli oggetti equipaggiabili, tuttavia.
UN’AMBIZIONE PERICOLOSA?La direzione artistica, ispirata al folklore coreano, riesce spesso a costruire scorci suggestivi sfruttando il fascino di un immaginario oscuro. Il problema è rappresentato dal comparto tecnico, almeno per quanto riguarda la review build (è confermata l’immancabile patch del dayone, ndr). Tra sbavature talvolta grossolane, oggetti svolazzanti, nemici che colpiscono attraverso i muri, telecamera matta specie al chiuso, effetti pop-in, texture ballerine, episodi bizzarri, riciclo di asset e bug/glitch assortiti, l’impressione è che sarebbe servito qualche mese di sviluppo e polishing in più.
Nonostante i difetti, Project Cloud Games ha provato a realizzare qualcosa di diverso dal solito soulslike copia&incolla e si vede. The Relic: First Guardian prende alcuni elementi di gameplay familiari a tutti, li rende meno frustranti/punitivi e li incastona in una struttura che premia chi adora prendere l’iniziativa, esplorare e sperimentare.
nonostante i vari difetti, la volontà di Project Cloud Games di non realizzare l’ennesimo soulslike è palpabile
Non tutte le idee hanno la stessa efficacia e il combat system è meno elegante delle produzioni FromSoftware, ma il tentativo di non limitarsi a seguire la corrente resta apprezzabile. Chi ha sempre guardato ai soulslike con diffidenza potrebbe trovare in The Relic: First Guardian un compromesso accettabile tra sfida e accessibilità, purché sia disposto a chiudere un occhio su alcune mancanze e una realizzazione tecnica che raramente riesce a tenere il passo con le sue ambizioni. Basterà la patch del day one per salvare Arsilthus? Lo scopriremo molto presto.
In Breve: The Relic: First Guardian non è destinato a rivoluzionare il genere e ha diversi problemi, ma possiede abbastanza carattere per provare a ritagliarsi una nicchia di fan tutta sua. Sotto la superficie ruvida di una produzione con svariati limiti, in parte figli delle risorse disposizione e, forse, di troppa ambizione, batte il cuore di un action RPG che prova a raccontare il peso della memoria attraverso il combattimento e l’esplorazione. Lo studio coreano non raggiunge tutti gli obiettivi che si era prefissato, eppure il viaggio ad Arsilthus è qualcosa di più di un semplice pellegrinaggio sulle orme di FromSoftware.
Piattaforma di Prova: PC
Configurazione di Prova: Ryzen 7 7800X3D, Radeon 7800XT Nitro+ 16 GB, 32 GB RAM DDR5
Come’è, Come Gira: Menu impostazioni insufficiente: risoluzione, V-Sync, limite FPS e modalità schermo sono le uniche opzioni grafiche modificabili, inoltre come metodo di upscaling c’è solo l’XeSS. Giocato in 1440p e 2160p con buona fluidità al netto di qualche calo che dovrebbe sparire al lancio, durante il primo avvio in 4K il gioco è rimasto “incastrato” per svariati minuti prima di sbloccarsi magicamente e permettermi di giocare. Consigliato l’uso di un pad e del viaggio rapido, se si rimane bloccati.
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